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Il libro che mi ha segnato

« La tregua » di Primo Levi

 

Constance Luzzati

arpista, docente di cultura musicale a Parigi e studentessa di teologia a Ginevra. Ha conseguito un dottorato in musica e diversi premi, sia da parte del conservatorio di Parigi che internazionali


 

Traduzione di Giacomo Tessaro

 

10 settembre 2019

Primo Levi è noto soprattutto per « Se questo è un uomo », libro che testimonia con grande precisione della sua esperienza del lager, senza fare del lettore un voyeur. È il dovere della memoria che impone la lettura di quest’opera, che racconta la capacità dell’essere umano di disumanizzarsi disumanizzando il suo prossimo. Accanto a questo libro, che svela la nostra immensa capacità di distruggere, troviamo “La tregua”, che racconta in maniera particolarmente felice l’incredibile resilienza (resurrezione) a cui l’essere umano sa fare appello. Alcuni Ebrei italiani, assieme ad altri compagni di sventura, escono dai campi, capitano nelle mani di una “armata rossa” improbabile e male organizzata, poi peregrinano per diversi mesi attraverso l’Europa Orientale prima di far rientro in Italia.

Con un talento di narratore di razza Primo Levi anima di una vita intensa ciascuno dei personaggi che incontra. Tutto è oscillante, precario, improbabile, assurdo, ma da ogni dettaglio della narrazione traspare la vita e l’inventività – non sempre del tutto onesta, ma truculenta – necessaria per trovare delle uova o un pollo, o per fabbricare pentole artigianali nel cuore della foresta bielorussa. È una sorta di Esodo privo di guida, in cui la terra promessa si fa attendere, in cui il cammino è lungo e caotico, ma in cui in realtà è il cammino, più che il ritorno in famiglia, ad essere luogo di vita. Il necessario per sopravvivere cade più o meno dal cielo, dalla tasca di uno sconosciuto, oppure dal rancio di una caserma, come una manna: nulla è previsto, né prevedibile.

I pochi mesi descritti nel libro costituiscono una parentesi in cui la vita è vivace e gratuita, la cui intensità è legata al fatto di essere un tempo sospeso tra quello del campo e quello della quotidianità torinese, che sarà poi avvelenata dal ricordo del ritmo del tempo ad Auschwitz. “La tregua” è quindi un buon esempio di ciò che in linguaggio teologico si potrebbe definire un “kairos”, un tempo la cui qualità sfugge al “chronos”.




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