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Un cristianesimo moderno?

 

André Gounelle

André Gounelle è pastore, professore onorario all’Istituto protestante di teologia di Montpellier,
è autore di numerosi libri e collaboratore di Évangile et Liberté da 50 anni

 


Traduzione di Giacomo Tessaro

 

Aprirsi alla modernità non vuol dire rigettare il passato, né approvare ciecamente le ideologie alla moda. Il rifiuto del cambiamento è assurdo e negativo, ma orientarsi verso il futuro è cosa feconda solo quando è accompagnato dallo sforzo di discernere.


3 giugno 2019

Si dice (sia per criticare che per approvare) che le correnti liberali protestanti e cattoliche militavano a favore di un cristianesimo moderno o “modernista”; in altre parole, adeguato alla modernità. È così? Per rispondere alla domanda, vediamo cosa vuol dire “moderno”.

I primi riferimenti al termine “modernus” li troviamo verso il V secolo della nostra era. È un aggettivo che indica ciò che nasce in questo momento ed è attuale, opposto a ciò che c’era ieri o in passato. In questo senso, essere moderno è questione di cronologia: quel modello di smartphone appena uscito è più moderno del precedente.

Il termine “modernità” appare più tardi, forgiato sembra (ma non è certo) da Chateaubriand (1768-1848), che all’inizio del XIX secolo era fortemente cosciente di trovarsi a un punto di svolta e che ormai la società si stava organizzando e strutturando, e avrebbe funzionato, in base a regole completamente nuove. Con la Rivoluzione francese “l’antico regime” si disgrega e comincia un periodo del tutto nuovo. I “moderni” o “modernisti” sono favorevoli a questo passaggio, mentre i “reazionari” vorrebbero mantenere o ristabilire l’antico ordine, fermare l’evoluzione e tornare indietro.

Ma la modernità non si definisce solo calendario alla mano: è accettazione dei mutamenti sociali, mentali, culturali, è apertura verso un futuro diverso da quello che è stato. Una persona giovane o un qualcosa di recente rimane arcaico se non esce dalle solite logiche; si è moderni, al contrario, quando si è aperti al cambiamento, anche se si esiste da molto tempo. Si può, per esempio, cavarsela male con gli strumenti informatici, e tuttavia essere modernisti; altri invece rifiutano la modernità pur utilizzando le ultime innovazioni tecnologiche: è il caso di chi usa con abilità l’Internet e i social network per mantenere e diffondere ideologie fondamentalmente retrograde.

Il cristianesimo liberale è nato, in parte, dalla convinzione che, se è vero che il messaggio evangelico rimane vivo e riguarda tanto noi che i nostri antenati, non è meno vero che non è possibile pensarlo, viverlo ed esprimerlo come in passato: i cambiamenti culturali intervenuti da due secoli a questa parte sono troppo importanti per poter vivere nella ripetizione del passato, bisogna rinnovare (“Io faccio nuova ogni cosa” dice il Dio della Bibbia, antico ma anche modernista).

Che la teologia e la spiritualità liberali abbiano un legame con la modernità mi pare evidente, ma questo non vuol dire che facciano tabula rasa del passato, che lo rigettino o lo disprezzino. Ci sono molti liberali che amano e studiano la storia e ne apprezzano molti elementi: se percepiscono il cambiamento di situazione e ritengono di doversi adeguare, è proprio perché conoscono bene la storia. D’altro canto, questo legame non significa adesione cieca alle tendenze e alle mode del momento; lungi dall’approvarle senza riserve, i liberali le considerano in un modo a volte molto severo (pensiamo solo ad Albert Schweitzer), perché sono consapevoli che la modernità ha enormi difetti, che vanno corretti per umanizzarla nel senso evangelico. Volgersi verso il futuro senza tornare indietro, certo, ma in maniera informata, riflessiva e critica.



 

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