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Il primato della fede sulle dottrine

 

Di Jean-Marie de Bourqueney

pastore della Chiesa Protestante Unita a Parigi-Batignolles.
Partecipa alla redazione e alla direzione di Évangile et Liberté.
Si interessa soprattutto di dialogo interreligioso e teologia del processo

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

 

20 ottobre 2018


Ogni mese potete leggere sulla nostra rivista le grandi affermazioni che da molto tempo costituiscono la base delle nostre convinzioni e del nostro lavoro. Abbiamo così deciso di proporre una serie di riflessioni su queste cinque affermazioni.

Si potrebbe pensare che l’atteggiamento liberale sia a volte molto negativo, in quanto si fonda, come dice la frase introduttiva alle nostre cinque affermazioni [“… rifiutiamo ogni sistema autoritario...”], su un rifiuto. In parte è vero, in quanto il nostro liberalismo è prima di tutto una decostruzione di quell’accumulo di dogmi che, secondo noi, vela il volto e il sapore dell’Evangelo. Sono belle la storia e la tradizione della Chiesa, ma disseminate di lotte non sempre giuste, di violenze e di molte affermazioni perentorie. Ciò che noi soprattutto rifiutiamo è una certa idea del dogma, secondo cui esso può definire una Verità eterna e assoluta, o addirittura definire Dio. Voler definire Dio significa credersi Dio, oppure ridurlo al nostro semplice intelletto, per quanto questo possa essere bello e sviluppato. Come ci ricorda il teologo Paul Tillich (1886-1965), ma prima di lui anche Lutero, tra gli altri, Dio è al di là di Dio, al di là di ciò che possiamo dire di lui.

Non solo: abbiamo talmente fatti nostri e resi obbligatori i grandi dogmi della tradizione cristiana, che essi finiscono per falsare la nostra lettura dei testi biblici. Prendiamo due esempi: il dogma della Trinità e quello della doppia natura di Cristo. La Trinità, nella sua forma compiuta, è stata definita nel IV secolo a Nicea, soprattutto per reazione a un’altra teologia, quella ariana. Finiamo così per vedere la Trinità dappertutto nella Bibbia, mentre in realtà è un concetto molto più tardivo, anche se il numero tre è evidentemente un simbolo molto presente nella tradizione biblica. Questo dogma è strettamente legato a quello della doppia natura di Gesù Cristo (io preferisco dire Gesù il Cristo o Cristo Gesù), un concetto discusso fin dalle origini del movimento cristiano: alla fine venne redatta una confessione di fede, il Simbolo Apostolico, in cui Gesù, appena nato, “patì sotto Ponzio Pilato” e morì… omettendo tre quarti dei vangeli, quelli dove Gesù incontra, discute, libera: in una parola, mostra l’amore di Dio per l’umanità. Soprattutto, però, si è spostato il baricentro dell’Evangelo: certamente la tomba vuota è il parossismo della fede cristiana, ma il cuore dell’Evangelo è una domanda: “E voi, chi dite che io sia?”.

La fede è una domanda

Siamo invitati dunque a un approccio positivo di rilettura del testo biblico, che intende rispondere alla domanda che Gesù pone ai suoi discepoli. Una domanda, notare bene, posta in maniera individuale. Gesù non si definisce, non si dogmatizza, rinvia ciascuno alla propria interpretazione. Nel racconto di Matteo 16 Pietro espone la sua risposta personale: “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”. Gesù chiama allora Pietro “beato” (“makarios”, come nelle Beatitudini) e gli dice che fonderà la Chiesa, ma qualche versetto più avanti lo definisce Satana, perché vuole dire a Gesù cosa deve fare. In altre parole, quando do la mia risposta alla domanda sull’identità di Gesù, allora sono nella fede “beata”, ma quando voglio imprigionare Cristo nella mia volontà e nelle mie parole, quando voglio definirlo e limitarlo, allora sono “satanico”. Ecco il rovesciamento: la fede è una risposta individuale, libera per definizione; la pretesa della verità assoluta, al contrario, si oppone alla fede. Questa comprensione del dogma consiste nel creare un Dio a immagine dell’essere umano, quando l’Evangelo e la Bibbia tutta ci invitano a un diverso atteggiamento: comprendere che l’essere umano è creato a immagine di Dio. Il dogma è pretenzioso, la fede è umile.

La nostra affermazione liberale dice dunque questo: è la fede di ciascuno che crea la Chiesa, e non la Chiesa che crea il credente, o che trasmette la fede. La fede non si trasmette, in quanto è un invito indirizzato a ciascuno di noi, una domanda posta; è una comprensione della fede che è in sé una forma di liberazione, perché parte dalla nostra intimità, e trasforma il catechismo “a memoria” [par coeur] della dottrina imposta in un catechismo “che passa attraverso il cuore” [par le coeur], il catechismo della fede libera. La fede è prima di tutto fede “in” Dio, una fiducia posta nell’Assoluto, in ciò che sta al di là delle nostre parole, che noi chiamiamo Dio; non è una credenza “che” Dio sia questo o quello, un contenuto ben delimitato dalla tradizione della Chiesa.

La teologia è un tentativo umile e necessario

Ma allora, in nome del primato della fede personale e libera, dobbiamo rinunciare a ogni idea di dottrina? Noi non lo crediamo. Al contrario: torniamo alla domanda che sta al centro dell’Evangelo: “E voi, chi dite che io sia?”. È una domanda che sollecita una risposta, e quindi una ricerca delle parole, dei concetti, del modo di comprendere chi è questo Cristo. Noi però non siamo credenti solitari, nati e cresciuti su un’isola deserta, senza storia, senza dialogo. La funzione primaria della dottrina, nel senso di costruzione teologica, è aiutare a formulare la propria risposta personale. La teologia, prima di ogni altra cosa, è pedagogia, un invito a spingere le nostre riflessioni un po’ più in là, a comprenderne i contorni con precisione, e, dato che siamo tutti limitati, possiamo trarre beneficio dal pensiero degli altri. Come abbiamo bisogno della filosofia per comprendere il mondo e la nostra esistenza, abbiamo bisogno della teologia per comprendere la nostra fede e tentare di rispondere alla domanda “Quando dico Dio, cosa sto dicendo in realtà?”. Per esempio, come ci rappresentiamo Dio nella nostra intimità? Come una persona? Come tre persone? Come un’energia? Come il grande architetto? Tentare di dare una risposta significa aprirsi al pensiero di molti autori diversi. La fede diviene gioiosa quando si nutre del pensiero degli altri, i nostri predecessori, ma anche i nostri contemporanei. Nulla è più triste di una teologia monocolore e insipida, priva di quelle asperità che invitano al dialogo.

Per questo la teologia ha anche un’altra funzione, quella di insegnarci ad avere uno spirito critico e a non prendere tutto ciò che viene detto su Dio come “parola evangelica”, vale a dire verità definitiva. La teologia è una storia critica, che ci invita a rileggere ogni dottrina nel contesto della sua elaborazione. La teologia svolge un lavoro storico-critico con i mezzi che le sono propri. Ogni pensiero teologico va dunque interrogato per poterne stabilire la pertinenza per il nostro tempo; in parallelo, ogni dottrina può mettere in discussione il nostro modo di vivere e di pensare. Critica non vuol dire demolizione, al contrario, è stimolo per il pensiero e la fede.

La fede è intima, è un modo di svolgere un’esistenza di relazione con Dio e il prossimo, ma il fatto di esprimere la nostra fede ci fa entrare in una comunità di pensiero, senza per questo ricercare l’accordo a ogni costo. Del resto, se vogliamo parlare del nostro liberalismo, dovremmo piuttosto dire “i nostri liberalismi”, perché ne esistono diversi. Noi non cerchiamo di promuovere una teologia specifica (anche se, per quanto mi riguarda, rivendico la teologia del processo come modo di vivere e di pensare), bensì un atteggiamento positivo di ricerca permanente.

Aggiungiamo infine che la fede può essere vissuta entro molti tipi di spiritualità. Riconoscere il primato della fede significa aprire il campo delle possibilità. Alcuni vivranno la loro spiritualità nel segreto della loro preghiera intima, altri nel contesto di un ritiro spirituale, altri ancora scrutando i testi biblici in atteggiamento di preghiera, oppure nella condivisione del culto comunitario. Niente viene imposto, bensì è il risultato di una scelta personale, libera e liberata dalle ingiunzioni dei dogmi e del Magistero. Inoltre, relativizzando il peso delle dottrine, si dà più spazio alla prassi, all’azione nel mondo. Rispondere alla domanda centrale dell’Evangelo è anche un invito a impegnarsi nell’azione concreta: un cristianesimo sociale, più che dottrinario.


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