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Editoriale

 

Jean-Marie de Bourqueney

 

pastore della Chiesa Protestante Unita a Parigi-Batignolles. Partecipa alla redazione e alla direzione di Évangile et Liberté. Si interessa soprattutto di dialogo interreligioso e teologia del processo.

 


Traduzione di Giacomo Tessaro


18 aprile 2019

La peggiore delle tentazioni è la ripetizione. È facile pensare che il tempo ripeta se stesso, che sia ciclico. In parte è vero, se guardiamo le stagioni… ed è ahimè spesso vero se guardiamo alla teologia.

I popoli della Bibbia vivevano una vita ciclica molto più di noi, con il rischio di rimanere a secco… Ma (poiché c’è sempre un “ma”) gli autori biblici, ispirati dall’intima presenza di Dio, hanno pensato che la storia si evolve passo dopo passo, pur nel ritorno ciclico delle stagioni. La ripetizione è solo apparente: la storia è “orientata”. I due racconti mitologici delle origini (Genesi 1 e Genesi 2-3), del resto, parlano poco del “come” il mondo è stato creato e molto del “perché”. Qual è la finalità, lo scopo della vita e del mondo? Il concetto di progetto divino implica due atteggiamenti fondamentali: l’umiltà e il distacco. Umiltà è pensare che siamo fallibili, ma che al di là di questo, Dio accompagna la nostra esistenza in un progetto che può evolvere con il tempo. Distacco è ammettere che, nonostante la forma lo suggerisca, la nostra storia non è affatto un’infinita riproduzione di stagioni, riti e abitudini; non è un copia-incolla del passato.

Abbiamo dunque la volontà teologica di uscire dalla tentazione della ripetizione. Spesso le idee di ieri sono belle, stimolanti, nutrienti (ma a volte, al contrario, infognano nei sensi di colpa, nel dogmatismo, nella sclerosi del pensiero), ma rimangono comunque le idee di ieri. Il nostro liberalismo, nella infinita varietà con cui si presenta, è prima di tutto un progetto molto semplice: dire


 


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