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« Il servo non è maggiore

del suo signore,

né il messaggero è maggiore

di colui che lo ha mandato »

(Giovanni 13:16)

 

 

Louis Pernot

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

 

28 novembre 2014

Questa frase sembra talmente evidente che ci possiamo domandare quale fosse l'intenzione del suo autore.

Questa curiosa affermazione si trova come conclusione all'episodio della lavanda dei piedi e Gesù la ripeterà, come particolarmente importante, in Giovanni 15:20. La cosa curiosa è che, alla prima lettura, questa affermazione perentoria sembra a dir poco banale e priva di un vero interesse teologico, se non addirittura falsa. Infatti è falsa: evidentemente, ci sono sempre stati dei discepoli che superano i loro maestri, altrimenti l'umanità non farebbe che indietreggiare fino a essere schiacciata nella mediocrità. Fortunatamente Gesù, in particolare, ha superato i suoi maestri.

Allora perché Gesù ha detto una cosa simile? Un modo per capirlo consiste nel pensare che Gesù stia parlando di sé in quanto inviato dal Padre. Avrebbe quindi voluto dire di essere minore di Dio, e anche che gli apostoli sarebbero minori di lui, e si potrebbe continuare dicendo che i discepoli sarebbero minori degli apostoli, per arrivare a noi che saremmo i più piccoli di tutti. Questo senza dubbio non è errato... Ma quale interesse può avere? Sappiamo bene che è così...

Per capire, bisogna fare attenzione al contesto nel quale Gesù ha detto questa frase. La frase è stata pronunciata mentre i discepoli erano riuniti per l'ultimo pasto della Cena, durante il quale Gesù laverà i piedi ai discepoli per dare l'esempio del servizio. Questo invito al servizio è essenziale in Giovanni, prende il posto del messaggio della Cena, è il testamento spirituale di Gesù, la chiave della felicità e il compimento dell'Evangelo. Ecco quindi il senso dell'Evangelo: pensarsi come servi degli altri. Certo, c'è il comandamento dell'amore, che in Giovanni non è dimenticato, ma è un comandamento troppo astratto per essere concretamente messo in pratica; non sappiamo veramente chi dobbiamo amare, chi è il nostro “prossimo”, né cosa vuol dire concretamente amare. Il servizio è un concetto concreto, sappiamo cosa significa. Sì, noi siamo sulla Terra per servire e non per essere serviti, per avere un ruolo attivo e non per approfittare delle situazioni; è un punto essenziale.

Ma anche qui c'è il rischio di pervertimento... Certo, bisogna servire, ma non a caso. È quello che precisa Cristo nel versetto che qui prendiamo in esame. Il rischio è di diventare orgogliosi del proprio servizio, di considerarsi superiori a coloro che serviamo, di aiutare con condiscendenza, disprezzando coloro che serviamo. Cristo ci rammenta allora che è proprio del vero servizio non considerarsi più grandi delle persone che serviamo. Non dobbiamo prenderci per Dio Padre quando rendiamo un servizio, né per il Messia. Non si può servire con condiscendenza. Servire non è dire: “Poveretto mio, sei davvero miserabile, per fortuna sono qui io ad aiutarti”, significa invece riconoscere la grandezza dell'altro, cercare ciò che l'altro ha e che io non ho, fargli prendere coscienza della sua grandezza, dargli fiducia in se stesso, fare di lui un soggetto.

Forse è proprio questo il senso del comandamento “Amerai il tuo prossimo come te stesso”: imparare a considerare il prossimo come una personalità, un « io », che possiede delle ricchezze proprie e che può offrire qualcosa... L'altro non è un ricettacolo di buone opere, non è un oggetto anonimo che permette di sentirsi in pace con la coscienza. Ecco perché un certo paternalismo e un certo colonialismo hanno potuto essere tanto odiosi: hanno voluto rendere servizio pensandosi superiori, non permettendo all'altro di costruire se stesso. L'essenziale non è la buona opera ma la qualità della relazione che abbiamo con l'altro, nel rispetto, nell'umiltà, una relazione che fa crescere l'altro: ecco a cosa serve. « Se sapete queste cose, siete beati... se le fate. » (Giovanni 13:

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