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Mentre era ancora notte


Marco 1:35

 

Jacques Juillard

 

pastore della Chiesa protestante unita di Francia in pensione,
ma conserva persistente il vizio di sviscerare l'insondabile

 

A partire da un breve versetto di Marco,
Jacques Juillard ci invita a interrogarci sul senso e la potenza di una preghiera
rivolta a Dio nella più totale intimità

I passi biblici sono tratti dalla versione Nuova Riveduta.


Traduzione di Giacomo Tessaro

 

25 novembre 2018

« Poi, la mattina, mentre era ancora notte, Gesù si alzò, uscì e se ne andò in un luogo deserto; e là pregava. »

Dobbiamo proprio seguire il cattivo esempio di Gesù, che si va a nascondere per rivolgersi a Dio non nel chiarore del giorno, nell’incontro, nella condivisione, ma nell’oscurità, nella solitudine e nel segreto?

Quando Gesù vuole pregare, non vuole farlo in mezzo alla folla e nemmeno con i suoi discepoli, ma nella solitudine, nell’oscurità, nel segreto. Questo sedicente Dio della luce non sarebbe quindi altro che una divinità sorniona e asociale, che è possibile incontra solo negli angoli bui e nei luoghi selvaggi? Per ritrovarlo, questo Dio, Gesù deve nascondersi, fuggire dalla società, immergersi nell’ombra.

Perché la solitudine? Il Dio della Bibbia ama i deserti e le montagne, lontani dai luoghi dove gli uomini convivono e si muovono. Siamo lontani dalle esperienze fusionali e gregarie della religiosità collettiva: è un Dio che mi invita per prima cosa a ego-centrarmi, a fuggire gli altri per ritrovare la sua presenza, che l’agitazione della vita e le concentrazioni umane hanno la tendenza a nascondere. Paradossalmente, essere soli può permettere di ritrovare il proprio posto nella tessitura dei fili della vita, quei legami misteriosi che uniscono ogni essere e ogni cosa.

Perché il segreto, il silenzio? Gesù, quando dà i suoi consigli per pregare in occasione del Sermone sul monte, ci raccomanda “entra nella tua cameretta e, chiusa la porta, rivolgi la preghiera al Padre tuo che è nel segreto” (Matteo 6:6). In un mondo che vuole vedere tutto e sapere tutto, che non sopporta il vuoto e il silenzio, siamo invitati a tacere e a unirci in segreto a quel Dio che ci attende, perché il vuoto e il silenzio scavano lo spazio attraverso cui può passare il soffio di Dio. Più vasto è questo spazio, meglio il vento può soffiare, spazzando la polvere e allargando l’orizzonte.

Ma perché l’oscurità? Gesù, per incontrare Dio, si rifugia nella notte, spranga dietro di sé le porte della notte. Il Dio della luce è forse assente dal chiarore del giorno? L’oscurità si apre sull’infinito, in essa i punti di riferimenti del tempo e dello spazio sono sfumati. Liberi da tali punti di riferimento, possiamo immergerci in noi stessi, e in questa profondità riunirci alla parte divina in noi, spesso respinta, nascosta, dimenticata. Una vignetta di Piem mostra un uomo seduto a un tavolo al buio, con le mani sugli occhi, che dice “Ecco, ora comincio a vederci chiaro”.

Ma è facile estrapolare una frase evangelica senza fare attenzione alle frasi che la circondano. Le poche pause di preghiera solitaria sono momenti rari e fuggevoli nel percorso di Gesù, fatto di innumerevoli incontri e di un’attività continua e febbrile. Gesù riceve nella preghiera la forza di Dio, risorta dal silenzio, dall’ombra e dal segreto, che lo rende poi in grado di fare miracoli, di dire parole libere e creative, di superare l’ordinario e il banale. Per me, la preghiera è un’apertura interiore a quella forza di vita che io chiamo Dio, a quel soffio d’amore nascosto che mi lega a tutti e a tutto, che è infinitamente più di me.

Se sono costretto a evadere nei monti, nel deserto o nella mia cameretta chiusa a chiave, è per ritrovare la libertà di vedere, di capire, di agire, di amare, perché questa immersione nell’oscurità mi porti alla luce, questa fuga solitaria all’incontro, questo errare al segreto del silenzio, alla verità.

 


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