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e la crisi del costruire

assieme all'Islam

 

Di Farid El Asri

antropologo e islamologo a Rabat e Bruxelles. Traduzione di Giacomo Tessaro

 

 

Tratto da Évangile et Liberté, maggio 2015

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

 

20 settembre 2015

I recenti fatti di attualità in Francia hanno aperto un pericoloso vaso di Pandora nel quale l'emotività fagocita la razionalità. Dobbiamo tuttavia continuare a capire per superare, insieme, il dolore della cronaca. La conoscenza reciproca rimane la chiave di volta della tranquillità, in particolare con i cittadini di confessione musulmana. Rimane il fatto che persiste un enorme difetto sia della comprensione dei principii islamici e della relativa prassi sia degli approcci pragmatici che permetterebbero di superare le diffidenze reciproche e le controversie sterili. Dovrebbero essere messi in campo degli strumenti per una politica efficace, atta alla prevenzione di azioni radicali, senza creare confusione e senza essenzialismi. Siamo tuttavia costretti a constatare come la saturazione di discorsi sull'Islam rimanga proporzionale all'ignoranza in materia. Se molti percepiscono i musulmani come un problema, in realtà fanno parte della soluzione. La scommessa della fiducia è lungi dall'essere vinta e il clima di crisi epocale costituisce un terreno favorevole al degrado. Gli schemi mentali si armonizzano con una realtà violenta. È proprio in mezzo a queste turbolenze crescenti che bisogna continuare a uscire, malgrado tutto, dai ghetti mentali, sociali e culturali. Meglio dunque auspicare degli incontri di trasformazione a favore del corpo sociale, senza sterili buonismi o demonizzazioni incontrollate. È in gioco il dilemma tra etica di convinzione ed etica di responsabilità. Nelle “Nuove paure” (Bollati Boringhieri, 2013) il sociologo Marc Augé fa notare come, se è vero che avvertiamo l'urgenza, è altrettanto vero che constatiamo la nostra impotenza ad agire. La storia del tempo presente è attraversata da crisi castranti, ma il possibile rimane come dato dell'equazione. La coltivazione, mediaticamente lucrativa, della paura non è ancora arrivata fino in fondo, ma non per questo bisogna cessare di sperare, come tanti Don Chisciotte nell'ipermodernità.

 

 

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