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Croce di Resurrezione


Di Michel Leconte

 

La croce non è il sacrificio espiatorio del Figlio di un Dio crudele, al contrario, rappresenta il rifiuto dell'umano da parte degli uomini; essa evoca le vittime schiacciate dall'ingiustizia e, attraverso la resurrezione, la tenerezza di un Dio di vita, speranza dei sofferenti che sconfigge tutte le violenze mortali.

 

Évangile et liberté
giugno-luglio 2015

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

 

13 agosto 2015

La croce è sempre stata il simbolo cristiano per eccellenza, quello nel quale milioni di uomini e donne di tutto il mondo si riconoscono come credenti nel Dio di Gesù Cristo. Ai nostri giorni, tuttavia, tale simbolo sembra creare problemi. La nostra società l'ha progressivamente emarginata e sembra stare scomparendo dalla coscienza degli uomini d'oggi. Cosa secondo me ancora più grave, non viene più predicata nemmeno durante i culti; si vedono perfino delle confessioni di fede che non ne fanno il minimo cenno. L'annuncio cristiano si riassume spesso in variazioni sul tema dell'amore del prossimo o nell'annuncio puramente gioioso del dinamismo creatore di Dio nel nostro mondo. La negazione espressa dalla croce viene passata sotto silenzio: questo non vuol dire forse negare la realtà?

La croce ci fa orrore

Da sempre la croce ispira orrore. Pensateci bene: uno strumento di supplizio, un uomo torturato sono il simbolo della nostra fede cristiana! Quei crocifissi dove gocciola il sangue! Quel cadavere disarticolato appeso al legno! Che senso ha porre davanti agli uomini una cosa simile come figura della loro salvezza? Non siamo forse i figli della resurrezione? Identificarsi con quella immagine è un bell'atto di masochismo! Sotto sotto, c'è del risentimento! Che contraddizione orribile nel nostro mondo innamorato della felicità, della forza, della giovinezza, della salute!

La croce ci ispira vergogna perché evoca infallibilmente il peccato degli uomini, la nostra colpa infinita che dovrebbe esigere, come per secoli si è sostenuto, il sacrificio sostitutivo ed espiatorio del Figlio di Dio. Il preteso amore di quel Dio non è piuttosto perverso e crudele, fonte di un senso di colpa senza limiti? Quel Dio che ordina di amare è terrificante perché terribilmente esigente. Ma in realtà, ci ama veramente? Senza dubbio la croce fa paura, spesso non evoca altro che morte ed evoca penosi ricordi.

Tuttavia, “noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio” (1 Corinzi 1:23-24). Credo proprio che anche noi siamo come quei Corinzi che volevano sentire parlare solo di resurrezione.

La croce giudica il mondo

Gesù fece della benevolenza di Dio e dell'amore per gli uomini, in particolare dei poveri e degli esclusi, il centro di tutta la sua predicazione, della sua azione e della sua vita. Poi venne la croce a smentirlo radicalmente: l'odio e la violenza del potere (esercitati perfino nel nome di Dio!) sono più forti. Il mondo è sotto l'influenza dell'anti-Regno, l'amore estremo manifestato in Gesù Cristo cozza contro un rifiuto non meno estremo. Detto questo, al posto di venire crocifisso Gesù avrebbe potuto morire lapidato, ma quella morte svela la reazione che si manifesta in questo mondo quando Dio e suo Figlio lottano per la giustizia in favore dei poveri e degli esclusi: la morte sembra aver vinto...

“Se il mondo vi odia, sapete bene che prima di voi ha odiato me” (Giovanni 15:18). La croce ci avverte che chi imbocca il sentiero cristico cozzerà, come lui, con il formidabile potere che pretende di assicurare l'ordine del mondo, rischia di trovarsi il cammino sbarrato da un altro Pilato, altri Sommi Sacerdoti e altri Farisei. La scelta per la giustizia cozzerà inevitabilmente contro il potere del male di cui siamo spesso complici, non fosse altro che per codardia. Può essere un sacrificio per il discepolo di Gesù che accetta di camminare al suo fianco: il discepolo non è maggiore del suo maestro.

Della croce possiamo dire che su di essa è Dio che si lascia escludere dal mondo. L'omicidio di Gesù è, se guardiamo in profondità, l'omicidio dell'umanità in ogni essere umano, in quanto lì viene negato ciò che in verità lo costituisce: la presenza in esso di Dio, la fonte delle fonti che è dono e tenerezza. Sulla croce “viene rifiutato colui che manifestava Dio e lo rendeva presente”, per riprendere una formula di André Gounelle. Lì vediamo, contemporaneamente, l'omicidio e lo sradicamento di colui che è l'autentico essere umano, dell'umanità stessa, illuminata dalla Parola. È l'Uomo assassinato in nome di Dio; esistono dèi che danno la morte...

No, la croce non può essere ridotta a un fatto di cronaca senza significato. Gesù non poteva morire nel suo letto se teniamo conto della sua fede e della via che aveva scelto, essendo il mondo pieno di quella fede opposta alla fede di Gesù. Chi non vede che i deboli e i poveri continuano anche oggi a venire schiacciati, che il disprezzo e lo sfruttamento sono al potere e che l'umanità dell'uomo viene distrutta dal dio Denaro? Constatare questo non è pessimismo: non è altro che la realtà, che la croce ci rivela in modo crudo per poterla vincere.

Rivelazione di Dio

La croce ci rivela, in maniera positiva, chi è Dio per gli uomini e come agisce nel mondo. “Chi vede me, vede il Padre” afferma il Gesù di Giovanni. Sulla croce noi percepiamo un Dio disarmato, lontano mille miglia dall'idolo uscito dalle nostre proiezioni infantili. Dio agisce non per costringerci ma per “attirare tutto a sé”. Subisce la violenza degli uomini ma perdona, permettendo così di vedere il suo vero volto. Ci libera dalla figura del dio onnipotente che schiaccia i suoi nemici, quello che gli uomini costruiscono con la loro idolatria del potere e dell'asservimento. Dio ci libera fondamentalmente dalla violenza omicida che risiede in noi. Amare benevolmente gli uomini perché divengano veramente umani, vivendo della sua vita, ecco il desiderio del vero Dio e di colui che è il suo Volto luminoso. Un Dio che dona vita e tenerezza agli esseri umani: “Dio ha tanto amato il mondo che ha dato suo Figlio” (Giovanni 3:16).

Resurrezione

L'Evangelo non è un racconto all'acqua di rose: esso ci avvisa del male che regna nel mondo, ma la croce ci rivela prima di tutto, in anticipo sulla fine del racconto, che Dio stesso, in Cristo, è vicino a chi soffre. Esiste in noi, più grande di noi, qualcosa che ci strappa all'inferno: il Dio di Gesù Cristo, che vince la violenza distruttiva.

Il resuscitato è un crocifisso. Ricordiamoci di Tommaso che, nel vangelo di Giovanni, riconosce il resuscitato solamente di fronte al segno dei chiodi (Giovanni 20:27-28). Di conseguenza, la speranza che nasce dalla resurrezione di Gesù non è, in definitiva, la speranza di una vittoria sulla morte naturale, nasce invece dalla resurrezione di un crocifisso vittima della violenza dei poteri politici e religiosi, ostili alla sua lotta in favore dei poveri in nome del suo Dio. La croce costituisce una speranza per tutti i crocifissi della Storia: Dio giustifica le vittime e “asciugherà ogni lacrima dai loro occhi” (Apocalisse 7:17).

Alcuni diranno che la croce rinvia a una visione pessimista dell'umanità, che il giudizio che emette su di noi è molto cupo e doloroso. Io penso che si debba vedere questo dolore come quello di un parto, poiché è doloroso per l'uomo nascere alla sua autentica umanità. L'Evangelo è esattamente la fede che l'uomo può superare la sua miseria e comprendere cosa significa Dio in verità e che è bene per lui essere nato. La croce di Cristo è una croce di resurrezione. In essa è apparsa la realtà ultima del mondo e di ciò che siamo. Dio è la speranza dei sofferenti. “Dio è tenerezza” (1 Giovanni 4:16).       
              

                 

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