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Benediciamo

 

 

Di James Woody


Évangile et liberté
avril 2015

 

La Chiesa Protestante Unita di Francia ha dato il via a una riflessione sulla benedizione.
James Woody precisa il senso profondo di questo termine “benedizione”,
così usato e così spesso mal compreso.

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

 

7 giugno 2015

E se la vera missione della Chiesa e dei suoi membri fosse quella di benedire? Cerchiamo di decentrarci, cerchiamo di non pensare ai nostri equilibri ecclesiali, ai rapporti di forza tra le diverse correnti e le diverse sensibilità, cerchiamo di non focalizzarci sulla questione delle coppie omosessuali e pensiamo alla situazione del cristiano in questo mondo che Dio ha tanto amato, per dirla con il vangelo di Giovanni. Amare questo mondo vuol dire far risuonare ancora oggi il verbo di Dio perché si faccia carne; vuol dire riecheggiare, ancora oggi, quelle parole di Dio che fanno sorgere un mondo vivibile a partire dal tohu-bohu che ci circonda.

 

Dire il bene

Il verbo “benedire”, nelle lingue bibliche, significa “dire il bene”. Questo è particolarmente evidente nella parola greca “eulogia” (buona parola), che dà origine alla parola “elogio”. Benedire significa fare un elogio. Questo è comprensibile a tutti, credenti e non credenti, che aderiscano a una Chiesa oppure no. Sappiamo che tessere un elogio, ai nostri giorni, è cosa rara. Abbiamo gli elogi funebri, che arrivano sempre troppo tardi. Abbiamo l'elogio che il nuovo accademico tesse del suo predecessore morto, che non ha altro interesse che quello di far valere la sua arte retorica. Fare un elogio, dire il bene, è sempre più raro tra i viventi. Ma è proprio il Dio dei vivi che noi vogliamo onorare, è dunque ai vivi che dobbiamo rivolgere gli opportuni elogi.

Benedire, dire il bene, ecco cosa manca crudelmente nella nostra epoca. Inutile stilare un catalogo delle cose poco amabili, per non dire degli anatemi, scambiati sulla pubblica piazza; è sufficiente porgere orecchio all'attualità per ascoltarne in abbondanza. La nostra è l'epoca della denigrazione, in altre parole della maledizione, una parola assai poco creativa, che riduce e squalifica l'esistenza di chi la subisce. Certo, la Chiesa possiede una dimensione profetica, i credenti devono talvolta dire di no e rifiutare ciò che ritengono contrario alla speranza divina. Ma l'essenziale dell'opera cristiana è donare le buone parole che rendono il mondo più vivibile, allargando l'orizzonte.

 

Aprire, più che convalidare

Non voglio affermare che dire il bene significhi accettare tutto. Le benedizioni non consistono in una parola che attesta che lo stato attuale è soddisfacente. La benedizione è un'apertura a ciò che può accadere. Dio benedice i viventi nel primo racconto della creazione in Genesi, indicando loro che sono in grado di essere fecondi e di crescere (Genesi 1:22). Quando è la volta dell'uomo, aggiunge che esso è in grado di essere responsabile dei viventi (1:28). Più avanti, le benedizioni dei patriarchi indicano un possibile avvenire, mettono in primo piano la vita facendo balenare nuove possibilità, nuove sfide da cogliere. Queste benedizioni sono altrettanti elementi che possono servire da punti d'appoggio biblici alla teologia del processo, che definisce Dio come ciò che permette di reimmettere il possibile nella storia umana. A questo proposito, la benedizione di Giuseppe da parte di suo padre Giacobbe è esemplare. Giacobbe dice a suo figlio: “Le benedizioni di tuo padre sorpassano le benedizioni dei miei progenitori, fino a raggiungere la cima delle colline eterne” (Genesi 49:26). Qui scopriamo che una benedizione aggiunge vita alla vita, permette di superare lo stato attuale per rendere l'avvenire ancora più radioso e inserirlo in ciò che la teologia cristiana chiama la vita eterna. Vediamo che la benedizione porta la vita all'incandescenza – il desiderio delle colline eterne, secondo l'espressione biblica. Non si tratta di conformare la propria vita a una norma, a uno stato determinato, bensì di permetterle di realizzarsi nell'ampiezza del suo possibile, secondo il desiderio suscitato da Dio. Benedire non vuol dire convalidare, bensì aprire un avvenire a chi riceve quelle parole.

Facendo della benedizione un atto ecclesiale (mentre in origine era un atto famigliare e interpersonale) noi abbiamo perduto la sua spontaneità. Nei racconti biblici la benedizione non aveva bisogno di lunghe preparazioni e sorgeva in maniera imprevista, proprio come Dio, nella storia dei personaggi biblici. Abbiamo perduto anche il suo carattere popolare, che faceva sì che non fosse affare di una casta a parte che deteneva il potere delle buone parole. Fin dal libro della Genesi è in opera il sacerdozio universale ogni volta che si tratta di benedire. È una interpretazione personale secondo la quale chi benedice si assume un rischio, si impegna a offrire un capitale di senso per ciò che seguirà.

 

L'audacia di benedire

Benedire non è quindi qualcosa di convenuto. Una benedizione non può mai essere data per scontata, non ratifica uno stato di fatto, come un diploma che sanziona determinate conoscenze. La benedizione non è il risultato della verifica di una lista di punti specifici che dà diritto a un certificato; è una parola offerta per intensificare ciò si vivrà, per aprire la coscienza alla distesa di ciò che accadrà. La benedizione è quindi sempre una parola che si prende il rischio di progettare tale avvenire, discernendo cosa Dio costruisce in colui che sarà benedetto, cosa lo chiama a compiere, qual è la sua vocazione.

Dato che non c'è mai nulla di automatico in una benedizione, nemmeno in quella pronunciata un po' meccanicamente alla fine di un culto, vi è una presunzione folle nell'atto stesso di benedire: ogni benedizione è una reinterpretazione della nostra vocazione umana. Se non contiene certo il nostro avvenire, costituisce però uno stimolo che può portarci più lontano di quanto avremmo potuto prevedere a titolo personale. La benedizione, questa parola pronunciata sulla mia esistenza da qualcuno altro da me, è suscettibile di ravvivare l'esigenza di vita, di resuscitare un desiderio che non sarà più dipendente dalla mia sola volontà.

Benedire i propri nemici, i propri avversari, significa riconoscere che essi valgono più di quanto danno a vedere e che provoca la mia opposizione, trovare in essi ciò che è amato da Dio e che è chiamato a svolgere una parte preponderante. Invece di denigrare ciò che non sopportiamo, l'apostolo Paolo ci consiglia di vincerlo con il bene (Romani 12:21). Dare più spazio a ciò che è giusto e bello, a ciò che è suscettibile di rendere felici e di partecipare all'”ingioiamento” del mondo, per utilizzare un neologismo della teologia del processo.

Benedire chi incrocia la nostra strada significa dargli un surplus di entusiasmo, non in ragione di un supposto carattere sovrannaturale della benedizione, di una sua potenza intrinseca, ma in ragione dell'effetto benefico che può avere una parola quando porta l'amore, l'agape di cui l'apostolo Paolo ha descritto le caratteristiche in 1 Corinzi 13. Quando delle famiglie o degli individui vengono per incontrare un pastore, è questo che hanno il diritto di sperare: una parola che instilli l'amore-agape nella loro storia, una parola che allarghi il loro orizzonte, che approfondisca la comprensione della loro vocazione, che li incoraggi e impegnarsi con tutto il loro essere in favore del Regno di Dio.

La benedizione non è quindi destinata a rinchiudere chi viene benedetto in una situazione o in un destino ma a stimolare in lui o in lei il gusto dell'infinito, la passione dell'Eterno. Così, per quanto riguarda una coppia, poco mi importa che sia sposata civilmente o meno, che il sesso dei partner sia inversamente proporzionale o meno, che aderiscano o meno alla mia associazione cultuale. Non chiedo nessun diploma, nessuna fedina penale, ma mi interesso a quello che ciascuno percepisce intuitivamente dell'Eterno e a cosa ne intende fare, per formulare una benedizione che gli o le dia qualcosa in cui sperare che sia all'altezza di Dio. Benediciamo liberamente, facendo l'elogio di una vita portata all'incandescenza.

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