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Editoriale

 

Di James Woody

 

Évangile et Liberté
mars 2015

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

 

4 maggio 2015

Si rompe con il passato, si sciolgono le lingue. Diviene possibile parlare di religione e dei fatti religiosi senza venire sospettati di proselitismo. Sì, il fatto religioso esiste. Gli uomini e le donne del XXI secolo non hanno perduto il gusto del sacro, della trascendenza, della speranza. È vero che il fatto religioso è stato rimosso; rimosso dalla coscienza collettiva, rimosso a livello di spazio pubblico, confinato nell'intimità, secondo il desiderio di chi vorrebbe regolamentare ancora di più l'interdizione assoluta di tutto ciò che ha a che fare con la religione. C'è da domandarsi come mai la religione non sia ancora stata considerata pericolosa per la salute.

Pericoloso è piuttosto relegare la religione nelle zone d'ombra della società, lontano dallo spazio pubblico, vale a dire lontano dal luogo in cui circola la parola, in cui le idee cozzano le une contro le altre, in cui è possibile interrogare e farsi interrogare, lì dove verifichiamo la qualità delle nostre argomentazioni e la profondità delle nostre convinzioni, lì dove è possibile una regolamentazione del credere. Gesù, che secondo l'evangelista Matteo pensava di non dover trattare con chi non apparteneva alla casa d'Israele, scoprirà che la fede è un affare che non si ferma alla soglia della propria casa (Matteo 15:24). Gesù stesso si farà scuotere nelle sue certezze da una donna straniera, di cultura non giudaica. Ed è grazie a questa persona, che raccoglie in sé tutto ciò che c'è di più disprezzabile per un ortodosso dell'epoca, che Gesù si aprirà a una comprensione più ampia della vita, una sorta di generosa laicità per la quale colui che non condivide la mia cultura non è necessariamente un cane ma può essere portatore di una verità che fino ad allora mi era sfuggita.

 

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