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Osiamo abbandonare

il sovrannaturale

 

 

Di Serge Soulié

Article paru dans Évangile et liberté

Traduzione di Giacomo Tessaro

 

26 marzo 2015

Nelle religioni monoteiste, in particolare nel cristianesimo, una delle principali caratteristiche della fede è di credere al sovrannaturale. Gli uomini si rivolgono a Dio perché intervenga in quei campi in cui hanno scarso potere d'azione. Ecco quindi le preghiere per il malato dichiarato incurabile e direttamente minacciato di morte. Supplichiamo Dio perché intervenga nelle situazioni fuori dal nostro controllo. Quando non possiamo fermare la guerra, preghiamo per la pace.

Questa atteggiamento colloca chi prega in una situazione d'attesa e gli fornisce la possibilità di sperare ancora lì dove, a viste umane, speranza non c'è. In questo caso la preghiera ha un effetto tranquillizzante e sarebbe perlomeno inopportuno condannare tale atteggiamento. Al di là della pacificazione, la preghiera conduce “l'orante” a giustificarsi; ecco quindi che comincia a vedere dei segni dell'intervento divino in ogni minimo miglioramento. Una semplice remissione di un cancro, del tutto naturale e il più delle volte prevista dai medici, viene interpretata come un miracolo divino. Il superstite di un grave incidente deve la sua vita solamente a un intervento divino. Ogni avvenimento quasi inatteso viene dal cielo. In poche parole, per mantenere la sua fede il credente vede miracoli dappertutto. Ecco la sua lettura della realtà.

Nulla impedisce di pensare che tale lettura, che consiste nel considerare miracolo il naturalissimo svolgimento del mondo, sia stata la lettura di coloro che seguivano Gesù; ecco quindi, per esempio, che le guarigioni vengono presentate come avvenimenti miracolosi. I discepoli volevano vedere in Gesù un Dio tra gli uomini e gli hanno attribuito quello che si attendevano da un Dio. Questa visione ha avuto un considerevole impatto perché così funziona l'essere umano, vuole vedere il miracolo e carica su Dio ciò che da solo non può realizzare. Nei Vangeli Gesù è divenuto l'autore di miracoli laddove ha ristabilito la salute, l'equilibrio e la libertà.

Guardando più da vicino i miracoli riferiti dai Vangeli, constatiamo che lo stesso Gesù non ci teneva affatto che venisse divulgato quello che veniva percepito come meraviglioso. Temeva le voci della ragione che avrebbero potuto dimostrare l'irrazionalità di ciò che proclamavano le folle meravigliate? Può darsi. Possiamo constatare del resto che Gesù non invoca un potere superiore che discende dal cielo e agisce. La forza è in lui. Gesù prende la mano alla suocera di Pietro e la febbre sparisce. Alla donna afflitta dalle perdite di sangue basta toccare il suo mantello per essere guarita. Gesù si accorge che una forza è uscita da lui. Il mondo degli spiriti non è quello di Gesù. Non solo non li invoca, ma li caccia. La presenza stessa di Gesù porta la guarigione. Il ristabilimento del suo interlocutore passa per la comunicazione che stabilisce con lui. Questa “forza in sé” fa paura ai cristiani perché non possono non pensare che questa potenza nasconde il rischio e il pericolo di considerarsi Dio. Solamente Dio, secondo loro, può essere potente. È esattamente il rimprovero di Nietzsche, che vedeva i cristiani compiacersi del peccato e della debolezza.

Si pone allora una domanda che possiamo formulare così: è possibile credere in un Dio che per essere Dio non ha bisogno di presentarsi circondato dal meraviglioso, dal sovrannaturale e da tutto ciò che è inaccessibile all'uomo? C'è posto per un Dio che agisce nella realtà conosciuta e vissuta e della cui forza si fa carico l'essere umano? Una forza che non possa attribuirsi ad altro che alla comunione dell'uomo e del suo Dio. Una comunione diretta e immediata, più simile alla mistica che alla tradizione e alla rivelazione. Sembra che tale sia stata la relazione di Gesù con suo padre: pur rimanendo nella realtà quotidiana dei suoi incontri, si teneva da parte per favorire questa comunione.

Spinoza ha scritto che “ogni cosa si sforza di perseverare nel suo essere”; non si tratta qui di un istinto di conservazione o di sopravvivenza inchiavardato all'interno di ogni essere, bensì di una forza vivente risultante da ciò che ci circonda, che Spinoza chiama Dio, sostanza, natura ma che possiamo chiamare anche realtà, mondo, cosa. Questa forza non è mai immobile, non è statica ma dinamica, in perpetuo movimento, è in noi ma si nutre dell'esterno come una pianta si nutre del terriccio sul quale è posata. Dio non è più un essere esterno che agisce attraverso il sovrannaturale.  Non è un creatore ex nihilo ma una sorta di matrice che prepara e modella ogni essere (e non solamente gli esseri umani) che porta in sé come una madre porta il suo bambino. Se “Dio è la natura”, come dice Spinoza, essa è al tempo stesso la natura “naturata” che è prodotta, che esiste, e la natura “naturans”, altrimenti definita “produttiva”, quella che ci porta con sé, al suo interno. Un tale approccio verso Dio non toglie nulla alla sua forza. Questa forza ha il vantaggio di venire da questo mondo; non gli è esterna. Agisce secondo la realtà del mondo a partire dai mezzi conosciuti, quelli della scienza, della tecnica, dei concetti. Mi sembra, infine, credibile e accettabile.         

      

 

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