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Protestantesimo e desacralizzazione

 

 

Laurent Gagnebin

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

 

7 dicembre 2014

Michel Barlow ha scritto un bell'articolo consacrato a Gesù che ci ha liberati dal sacro (Évangile et Liberté, gennaio 2014, n. 275). Laurent Gagnebin riprende quella riflessione applicandola al protestantesimo. Non ha forse quest'ultimo proceduto a una desacralizzazione radicale, del tempo, dello spazio, delle persone (con il sacerdozio universale) e persino della Bibbia?

Vengono spesso ricordati i grandi principii del protestantesimo (Sola gratia — Sola fide — Sola Scriptura...), ma tali dati dicono veramente qualcosa alla gente? Gli iniziati, i cristiani appartenenti al circolo sono infatti i soli in grado di comprendere questi principii. Si rivela quindi importante presentare il protestantesimo in maniera diversa se vogliamo che ciascuna e ciascuno, cristiano o meno, possa capirlo. La Riforma del XVI secolo implicava non solo una rivoluzione spirituale, bensì una trasformazione radicale della società. Mi sembra che questo abbia l'immenso vantaggio di poter essere compreso da tutti. Voglio quindi parlare della considerevole impresa di desacralizzazione alla quale, fin dalle sue origini, ha proceduto il protestantesimo.

La desacralizzazione del tempo e dello spazio

La Riforma ha voluto una limitazione drastica dei giorni di festa, rifiutando quella che la Confessione di fede della Rochelle (1571) chiama “l'osservanza cerimoniale dei giorni”. Le domeniche sono uniformi; le feste patronali (non lavorative, dedicate in settimana ai santi locali) e il culto dei santi sono soppressi. Questo calendario viene conservato nella misura in cui i santi possono servire da modello.

Non cessate mai di pregare” scrive Paolo (1 Tessalonicesi 5:17), il che significa, tra le altre cose, che non esistono più tempi sacri. Si può pregare in qualsiasi momento, ma anche in qualsiasi luogo: ecco la desacralizzazione dello spazio. Non esistono più luoghi sacri. Non sono sacri le chiese e i templi, e nemmeno gli oggetti o i mobili che vi si trovano (l'altare, per esempio). Scompare la venerazione delle reliquie. Il coro non è più uno spazio sacro (talvolta separato dai fedeli da una costruzione monumentale, lo jubé), riservato ai soli sacerdoti. Basta osservare le rappresentazioni della chiesa dell'Oratoire a Parigi prima che divenisse protestante per vedere che il coro in quanto tale non c'è più: ora ci si siedono i fedeli. Nel 1992 ho pubblicato un piccolo trattato di liturgia consacrata al culto riformato: il titolo era significativo: “Le culte à choeur ouvert” (Il culto a coro aperto).

La desacralizzazione delle persone

Il sacerdozio universale è stato una delle grandi affermazioni della Riforma. Non esiste più la mediazione di un clero tra Dio e noi. Siamo tutti sacerdoti e abbiamo un accesso diretto a Dio senza passare obbligatoriamente per la catena di trasmissione dei chierici. Il pastore è il primo ad essere desacralizzato: è un laico come gli altri, e lo stesso termine “laico” è del resto un'espressione fuorviante perché ha un senso solo in rapporto a dei personaggi sacri, ovvero i sacerdoti. Assistiamo così all'abolizione dell'autorità clericale. Possiamo indovinare lo sconvolgimento che questo rappresenta nella Chiesa e nella società. Il sacro, se dobbiamo conservare questo concetto,  rifluisce integralmente in Dio: “A Dio solo la gloria” recita il motto protestante. È stato scritto che il cristianesimo è “la religione dell'uscita dalla religione” (Marcel Gauchet, “Il disincanto del mondo”, Einaudi, 1992) e che in sé contiene potenzialmente la dinamica della secolarizzazione. Potremmo dire che il protestantesimo è la religione dell'uscita dalla sacralizzazione, di cui fin da subito ha contenuto i germi.

 

Il sacerdozio universale e la volontà di mettere la Bibbia nelle mani di tutti sono una sola e unica cosa, sono due realtà che rimandano l'una all'altra. Spesso viene citato Boileau (1636-1711), secondo il quale ogni protestante è papa, Bibbia alla mano. Sì, quando il papa legge la Bibbia non è necessariamente più e meglio ispirato di uno qualsiasi di noi. Non esiste più un clero autorizzato a dare l'unica interpretazione valida delle Scritture. Scrive Lutero: “Noi siamo tutti ugualmente sacerdoti, vale a dire che abbiamo lo stesso potere nei riguardi della Parola e di ogni sacramento” (“La cattività babilonese della Chiesa”, 1520). Potremmo scrivere anche l'inverso: noi abbiamo lo stesso potere nei riguardi della Bibbia, vale a dire che siamo tutti ugualmente sacerdoti.

Fin dal XVI secolo abbiamo potuto vedere i pericoli rappresentati da questa lettura individuale delle Scritture. Fin da subito è stata attaccata, e qua e là è stata persino proibita. Essa significava infatti la dissoluzione della gerarchia clericale e conduceva a una temibile disobbedienza: la Chiesa, attraverso il suo clero, non era più l'indispensabile mediatrice del nostro incontro con Dio. Qui troviamo i germi di una rivoluzione democratica nella Chiesa e nella società, allora strettamente solidali tra loro. Non voglio dire che le Chiese e le parrocchie protestanti furono fin dal primo momento dei modelli di democrazia: voglio dire che il protestantesimo portava in sé i germi che hanno prodotto oggi unanimemente il funzionamento così palesemente democratico di tutte le Chiese protestanti.

Durante una conferenza all'Oratoire du Louvre a Parigi, l'ottimo teologo ed esegeta cattolico romano Michel Quesnel prese la parola per dire che la festa della Riforma non dovrebbe commemorare la famosa affissione delle 95 tesi di Lutero su e contro le indulgenze il 31 ottobre 1517. Sarebbe più giusta un'altra data: il giorno (10 dicembre 1520) in cui Lutero bruciò pubblicamente a Wittemberg la bolla papale, il decreto che gli ingiungeva di ritrattare sotto pena di scomunica; scomunica che sarà emanata il 3 gennaio 1521. Questo esempio mostra che, sotto molti punti di vista, la vera rottura del protestantesimo ha avuto luogo il giorno in cui, in maniera emblematica, Lutero ruppe con la gerarchia romana, ormai totalmente desacralizzata agli occhi dei protestanti.

La desacralizzazione della Bibbia                                

La desacralizzazione della Bibbia si attuerà principalmente nel XVIII secolo. Se si conosce l'importanza della Bibbia per comprendere il protestantesimo (la sua storia, le sue teologie, la sua cultura, la sua pietà e il suo culto), si può indovinare la gravità di questa desacralizzazione e tutte le resistenze che ha affrontato fino ad oggi. Infatti nel XVIII secolo venne promosso un nuovo rapporto con il testo, letto e compreso in una prospettiva scientifica e tecnica, quello che sarà l'approccio storico-critico alla Bibbia. Le Scritture non sono più considerate degli scritti sacri e intoccabili: vengono sottolineate le loro fragilità storiche, gli errori e le contraddizioni. La Bibbia è perciò suscettibile dello stesso approccio tenuto dei confronti dei libri cosiddetti profani. Questo ha il vantaggio di includere i suoi testi più belli nel patrimonio mondiale della letteratura. La Bibbia esce dalla sua unicità, senza essere più imprigionata nell'universo religioso, ecclesiale e clericale.

Se questa desacralizzazione ha potuto essere effettuata in quell'epoca, non è forse perché la Riforma possedeva, già nel XVI secolo, i germi di tale evoluzione? Troviamo infatti, nella teologia e nell'esegesi di Lutero, una relativizzazione del rapporto tra i testi biblici, una gerarchizzazione in nome della Sola gratia e del Solus Christus; un canone nel canone. Scrive Lutero: “Ciò che non è insegnato da Cristo non è apostolico, fosse anche insegnato da Pietro o da Paolo. Inversamente, ciò che Cristo predica è apostolico, anche se è detto da Giuda, da Anna (il gran sacerdote), da Pilato o Erode” (“Prefazione all'Epistola di Giacomo”). Lutero riteneva che l'Epistola di Giacomo, da lui chiamata “epistola di paglia”, dovesse essere addirittura ritirata dalla Bibbia, poiché prestava il fianco, con la sua insistenza sull'importanza delle opere, a un possibile ritorno della salvezza per opere. Qui vedo già una certa desacralizzazione, che trovo del resto maggiormente, grazie alla lettura storico-critica, presso i luterani che presso i riformati. Non per nulla i grandi testimoni di questa esegesi nel XX secolo sono luterani: Rudolf Bultmann, Paul Tillich e Albert Schweitzer.  Potremmo tuttavia segnalare, in conclusione, per quanto riguarda i riformati, il contributo di Sébastien Castellion, la cui traduzione della Bibbia in francese (1555), nel linguaggio comune e popolare dell'epoca, fu considerato (per esempio dal riformatore Teodoro di Beza) un insulto al testo sacro. Castellion infatti tradusse la Bibbia come avrebbe fatto con un libro profano, senza nessun rispetto sacrosanto e propriamente religioso. Questa all'epoca venne percepita come una vera... desacralizzazione.                       

 

 

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