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Le parole non amate

Carne

 

 

Agnès Adeline

pastora della Chiesa Protestante Unita di Francia e cappellana al carcere femminile di Versailles

 

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

 

24 dicembre 2020

Ogni mese ci proponiamo di esaminare una parola che riguarda il cristianesimo, e che può apparire disturbante, dolorosa o complessa. Quello che ci disgusta a volte la dice lunga su ciò che siamo, e su ciò che ci guida nella nostra fede. Dietro alle parole che non ci piacciono troveremo forse un’idea comune, che parla a ciascuno di noi senza che ne siamo coscienti.

I passi biblici sono tratti dalla versione Nuova Riveduta.

« Lo spirito è pronto, ma la carne è debole » (Matteo 26:41b). Queste parole lapidarie, dette da Gesù ai suoi discepoli la sera in cui fu arrestato, riassumono la definizione di “carne”: la sostanza molle che ricopre lo scheletro, ed è ricoperta dalla pelle, ci ricorda che è corruttibile.

Nel linguaggio morale e religioso, la “carne” designa le tentazioni legate al peccato. Si parla dei piaceri della carne che si oppongono alla nobiltà dello spirito, e in sottofondo c’è il senso di colpa che ci ricorda il nostro stato cronico di debolezza.

In ebraico la parola “basar” designa al tempo stesso la carne come alimento e l’essere umano nella sua interezza. Il greco ha due parole: “soma” per il corpo e “sarx” per la carne come alimento e come tessuto. La parola “carne” viene dal latino “caro” (genitivo “carnis”).

La “carne” indica anche il luogo delle emozioni e della sensibilità: “Questa, finalmente, è carne della mia carne” (Genesi 2:23) esclama Adamo scoprendo accanto a sé Eva, con la precisazione che la coppia sarà “una stessa carne” (versetto 24), il che indica una fusione e un’armonia tanto morale quanto sessuale.

“Carne della mia carne”, nel linguaggio corrente, indica la parentela di famiglia; altre espressioni, come “carnaio” (ammasso confuso di persone) e “carne da cannone” (uomini inviati in guerra), indicano al contrario il disprezzo per l’essere umano.

La carne, secondo l’apostolo Paolo, è l’essere umano abbandonato a passioni fuori controllo, che portano con sé la discordia e la divisione. In questo tempo di Natale il prologo del vangelo di Giovanni ci ricorda che “la Parola è diventata carne” (1:14): qui la carne è Gesù di Nazareth in quanto presenza perfetta di Dio, sinonimo di vita donata senza riserve, donata nella carne con le sue ombre e le sue luci, e anche con la sua finitezza.



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