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Le violenze della Bibbia

 

 

André Gounelle

 

 

traduzione di Giacomo Tessaro

 

13 novembre 2014

A fianco di ciò che mi parla, mi ispira, mi esalta e mi nutre, leggo nella Bibbia delle cose che non mi piacciono per nulla. Tra le cose che mi offendono c'è la il volto tetro, oscuro, inquietante e terrificante di Dio presentato in certe pagine: un Dio guerriero e crudele che castiga duramente i suoi avversari, un Dio geloso e vendicativo che punisce senza pietà chi gli disobbedisce (e i figli dopo di loro), un Dio terribile che si abbandona (anche se lentamente) a grandi e forti collere, un Dio che invia il diluvio e le piaghe d'Egitto, che chiede ad Abraamo di uccidere suo figlio, che ordina lo sterminio di intere città, che fa massacrare i sacerdoti di Baal etc. Questi testi orribili scandalizzano i non credenti, i quali concludono che il monoteismo biblico, più di ogni altra religione, preconizza e genera la violenza, e imbarazzano i credenti perché contraddicono il messaggio evangelico.

Tre piste

Come possiamo comprendere questi testi, e cosa ne dobbiamo fare? Davanti a noi si aprono tre piste, non concorrenti ma complementari e convergenti.

La prima consisterebbe nel sopprimerli, espurgando così le nostre edizioni della Bibbia. In questo modo Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti, produsse un Nuovo Testamento che conteneva solo le parti che gli facevano comodo. Ammettiamolo, senza dirlo lo facciamo spesso anche noi. Ignoriamo e dimentichiamo determinati testi. Le nostre predicazioni e le nostre catechesi non ne parlano mai. In questo atteggiamento c'è certamente della saggezza, ma anche ipocrisia e viltà. Sarebbe più sincero e coraggioso dichiarare pubblicamente che questi testi non ci apportano un messaggio o una parola che viene da Dio. Le nostre Chiese non dovrebbero forse seriamente “desacralizzare” la Bibbia? “Desacralizzarla” non significa abbandonarla, rifiutarla, non farla più propria o non farvi più riferimento, ma riconoscere che, accanto alla predicazione della grazia e dell'amore e dell'appello a diventare nuove creature, troviamo in essa dei passi che non sono “giusti e santi” ma piuttosto demoniaci o diabolici. Potremmo parlare di “versetti satanici”, nei quali Dio serve da pretesto e giustificazione agli istinti malvagi dell'uomo.

Gli esegeti ci indicano una seconda pista, invitandoci a leggere i testi non isolandoli ma mettendoli in tensione con altri in un clima dialogico. Così, dopo aver sgozzato i sacerdoti di Baal sul Carmelo, il profeta Elia ha una visione al monte Oreb nella quale Dio non si trova nelle cose splendenti, tonitruanti e spaventose ma in “un mormorio di vento leggero” (I Re 18-19): come non vedervi una sconfessione della scena rumorosa e sanguinolenta del Carmelo? Dany Noquet ha raccolto le affermazioni xenofile che contraddicono la xenofobia così spesso ostentata dal popolo ebraico, mostrando come, all'immagine dell'Egitto paese di schiavitù, si opponga altrove quella dell'Egitto terra di salvezza. La violenza, lodata da certi testi, viene denunciata da altri testi che preconizzano la benevolenza. Il messaggio biblico si situa in questo movimento di ripresa e di rettificazione e non in testi isolati, e annuncia che la religione è superiore agli atti orribili commessi in suo nome.

Si può discernere una terza pista nei recenti lavori di alcuni storici della scrittura e della composizione della Bibbia, che sono giunti a datare al ritorno dall'esilio in Babilonia (VI secolo a.C.) la redazione della maggior parte dei libri che compongono l'Antico Testamento. Anche se in essi si trovano “tracce di memoria” (secondo l'espressione di Thomas Römer) di tempi più antichi, questi testi costruiscono una storia fittizia, una sorta di parabola in funzione di situazioni e problemi di molto posteriori all'epoca presunta degli avvenimenti, proiettano nel passato, di cui offrono un racconto leggendario, le loro esperienze, le loro preoccupazioni e i loro orientamenti. Così, si ipotizza che la descrizione dei maltrattamenti inflitti agli Ebrei in Egitto prima dell'esodo racconti in realtà ciò che hanno subito i deportati in Assiria o a Babilonia; non ci sarebbero state nessuna conquista della terra promessa e nessuno sterminio dei Cananei; la narrazione, fortemente immaginosa, serve a lottare contro la perdita di identità che minacciava Israele al ritorno dall'esilio. L'egittologo tedesco Jan Assmann scrive: “... i massacri raccontati dai testi biblici, perpetrati sugli adoratori del vitello d'oro o sui sacerdoti di Baal... concernono lo stesso popolo ebraico; essi mirano a eliminare l'Egizio o il Cananeo in noi, nella nostra mente e nel nostro cuore” (“Dio e gli dèi. Egitto, Israele e la nascita del monoteismo”); “La violenza non è diretta verso l'esterno, contro gli stranieri o i pagani, ma verso l'interno” (“Non avrai altro Dio. Il monoteismo e il linguaggio della violenza”); “I profeti non parlano dei pagani, ovvero delle altre religioni, o delle religioni degli altri, ma della loro religione” (ib.). Assmann pensa che la Canaan biblica designi il “paganesimo interiore” degli ebrei. La lotta contro l'idolatria significa: “Tu devi sterminare il pagano che è in te” (ib.). La brutalità dei racconti traduce la rottura radicale che Israele ha voluto operare nei confronti del suo passato politeista. Il carattere, giudicato teologicamente o religiosamente decisivo, di questa rottura si traduce nell'estrema durezza dei fatti e degli episodi raccontati. Abbiamo dunque una violenza più simbolica che fattuale.

Andare più in là

A mio avviso, la fede cristiana si costruisce nella lotta costante tra l'Evangelo e le strutture (religiose, politiche, economiche, psicologiche e morali) di potere e di dominio che cercano di impadronirsene e di utilizzarlo a loro beneficio. “Evangelo”, conformemente al Nuovo Testamento, designa qui la buona novella, annunciata da Gesù (il che non vuol dire che lui ne abbia l'esclusiva), che Dio ama gli uomini e li salva. Con “salvare” intendo dire che li strappa alla loro disumanità e che opera per renderli veramente, autenticamente umani (il messaggio biblico è per me, e non sono il solo a pensarlo, un messaggio fondamentalmente umanista). Detto in modo più teologico, l'Evangelo dichiara che la vita deve vedersela con le potenze del male e della morte e che trionfa su di esse, senza eliminarle: è il senso della Croce e della Resurrezione. Questa lotta attraversa l'insieme della religione biblica e delle religioni che ne derivano; comincia con l'Antico Testamento, prosegue con il Nuovo e continua nella storia della Chiesa. Di questi tre momenti, penso che sia in quello del Nuovo Testamento che la positività si afferma più nettamente e più fortemente contro la negatività: di qui l'importanza centrale che gli attribuisco. Io interpreto le pagine oscure della Bibbia e le azioni sinistre della storia dei monoteismi abramitici nel quadro di questo confronto. Esse attirano l'attenzione e invitano alla vigilanza. La religione, oltre al suo volto “angelico”, ha degli aspetti negativi e pericolosi. Bisogna esprimere tali aspetti per superarli e afferrare la forza e il culmine del messaggio evangelico.

Per dirla con Paul Ricœur, io vedo nell'Evangelo “la lotta della religione contro la religione all'interno della religione” o, per dirla con altre parole, la lotta della religione autentica contro la religione alienata o pervertita. Quando Castellion, a seguito del rogo di Michele Serveto, apostrofa Calvino: “Ci dirai finalmente se è stato Cristo a insegnarti a bruciare gli uomini?” sta opponendo l'Evangelo al rappresentante di una Chiesa e di una città violente, dall'organizzazione oppressiva e intollerante. Bisogna “evangelizzare Dio”, scriveva Raphaël Picon in un recente editoriale (aprile 2014), il che vuol dire evangelizzare la nostra lettura della Bibbia e la nostra religione, evangelizzare noi stessi nel nostro pensiero e nella nostra prassi.

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