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Commento biblico :

Conversione, pentimento,
penitenza e consolazione


 

Louis Pernot

pastore della Chiesa protestante unita di Francia a Parigi


Traduzione di Giacomo Tessaro

 

9 gennaio 2020

Inaugurando il periodo di Natale, Giovanni Battista ci dice “convertitevi”, o “pentitevi”. Cosa vuol dire?

 

Convertitevi

Nella Bibbia, “convertirsi” non vuol dire cambiare religione, bensì compiere un cammino spirituale nella propria religione. La parola, in greco come in ebraico, significa “fare una svolta, cambiare direzione”, riconoscere che ci si è allontanati da Dio, e quindi ritornarvi.

La direzione per cui svoltiamo è più importante del luogo in cui ci troviamo. È il messaggio della salvezza per fede: la fede è ciò verso cui svoltiamo, in cui crediamo, a cui miriamo, ed è questo che conta, più che quello che riusciamo concretamente a fare o essere.

Siamo invitati quindi a modificare il nostro punto di vista più che obbedire a una legge morale, e siamo invitati a riconoscere che ci siamo allontanati da Dio, per poi tornare, e non una volta sola nella vita, ma in ogni momento.

 

Pentitevi

Gli atti di Giovanni Battista chiariscono le cose: bisogna “confessare” il proprio peccato, e “confessare” significa “riconoscere pubblicamente”. Per cambiare bisogna quindi riconoscere i propri sbagli e le proprie imperfezioni, guardarle in faccia e aspirare al perdono, perdono che Giovanni Battista annuncia e formalizza con l’immersione in acqua, che lava e purifica; un’abluzione comune nel mondo giudaico, che i fedeli erano chiamati a ripetere regolarmente.

 

Fate penitenza

La versione latina della Bibbia traduce “pentitevi” con “poenitentiam agite”. Tutti pensano che la parola “penitenza” derivi da “pena, punizione”, come se confessare le proprie mancanze significasse accettare una punizione o compiere degli atti di contrizione o di autopunizione, prezzo da pagare per ottenere il perdono. Ma è un errore, prima di tutto in rapporto al senso del testo: Giovanni Battista non pretende alcun gesto di penitenza, se non riconoscere i propri peccati e accettare la grazia. È un errore anche se guardiamo l’etimologia della parola: le versioni latine odierne recano “poenitentia”, con una O, ma nei testi più antichi la parola si scriveva con una A: “paenitentia”. “Penitenza” non deriva dunque da “pena”, bensì da “paene”, che significa “a malapena, quasi”.

Questo vuol dire riconoscere che non tutto è stato come avrebbe dovuto essere, che manca qualche cosa, e non che c’è stato un eccesso di peccati. Questo deve invitarci fortemente ad aprirci e ad aspirare a Dio, a far posto per accogliere il suo dono, a riconoscere le nostre mancanze e il nostro bisogno di Dio.

È questo il senso del’Avvento: imparare ad accogliere Dio, aprire una strada, preparare i sentieri del Signore, non appoggiandoci sulla nostra colpevolezza (né sulle nostre qualità), bensì considerando le nostre mancanze e le nostre aspirazioni fonte di dinamismo, uscire da noi stessi per andare in cerca dell’altro e di Dio. Lo affermano anche le Beatitudini: “beati i poveri di spirito”, “beato chi ha fame e sete”…

 

Siate consolati

Ci sono due parole in ebraico per “pentimento”: “shuv”, che (l’abbiamo visto) significa “svoltare, rivoltare”, e “naham”, che significa “pentirsi”, ma anche (curiosamente) “consolare”. Questa parola si trova all’inizio del capitolo 40 di Isaia, in un passo che riguarda Giovanni Battista: la “voce che grida nel deserto” viene introdotta da questo appello: “consolate, consolate il mio popolo”. Questa è grazia, e non minaccia; non è scritto “convertitevi se volete essere perdonati, altrimenti sarete puniti”; per primo viene il perdono.

 

Prima di dire “convertitevi” bisogna dire “siete perdonati”. Prima di voler convertire, bisogna prima di tutto confortare a consolare.

Anche il nome di Giovanni Battista va in questo senso: “Iohanan” significa “Dio fa grazia”. Tutto questo per preparare i sentieri del Signore: per poter accogliere Cristo, per essere in grado di vivere il Natale come un’esperienza personale bisogna convertirsi, riconoscere di aver bisogno d’aiuto, e sapere che Dio è la destinazione, ma anche il viatico per arrivarci.



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