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Ci resterà pur sempre l’emozione

 

Fabrice Millon

scrittore. Ha fondato, nel 2009, le edizioni D’ores et Déjà

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

 

2 gennaio 2020

Erano gli anni ‘50, e l’audacia della fantasia ci disegnava un sorriso sulle labbra, e a volte finiva per appassionarci. I robot e il loro universo si stavano insediando poco a poco in fantastici racconti coniugati al futuro. Dopo varie rivoluzioni industriali, la robotica associata all’intelligenza universale ha modificato (e continuerà a farlo) le nostre abitudini.

L’industria dei robot è tutta in effervescenza, studia e costruisce sempre nuovi automi e umanoidi. Il XXI secolo sta materializzando la letteratura del secolo scorso.

La robotica attuale è pluridisciplinare: informatica affettiva e robotica cognitiva si mescolano con l’unico scopo di “creare” la macchina la più prossima possibile all’essere umano.

I robot umanoidi giapponesi sono ormai in grado di dialogare e di riconoscere volti e voci. Un avanzamento tecnico promettente, un cambiamento di paradigma, come vuole chi è più incline ad accogliere favorevolmente tali prodezze; una rivoluzione stupefacente, sussurrano gli osservatori inquieti sul posto che un domani sarà riservato all’essere umano.

Evitiamo di restarne agghiacciati, e ricordiamo che noi esseri umani siamo la meraviglia delle meraviglie della natura.

È la stessa ingegneria robotica a identificare i limiti dei suoi procedimenti. Nessun processore potrà mai raggiungere il numero di comunicazioni per secondo realizzate da un cervello umano, e ancora meglio, l’intelligenza artificiale rimane molto lontana da quella umana sul piano spirituale, perché nei suoi ragionamenti, nelle sue analisi e nei suoi calcoli si rileva una totale assenza di emozioni.

I tentativi di comunicazione con i robot sono, sotto questo punto di vista, molto istruttivi, per esempio il recente studio del Consiglio Nazionale per la Ricerca Scientifica e dell’università di Aix e Marsiglia. Attraverso la risonanza magnetica, i ricercatori hanno analizzato l’attività cerebrale di alcuni volontari che discutevano sia con un essere umano che con un robot umanoide. Risultato: il dialogo umano stimola in maniera molto maggiore l’attività dell’amigdala e dei nuclei centrali, implicati nei circuiti neuronali della ricompensa, ma anche quella dell’ipotalamo, che favorisce il legame sociale.

Discutere con un robot, dunque, sarebbe poco interessante per un cervello umano. La macchina rimane fondamentalmente una macchina. E a noi rimarrà pur sempre l’emozione.



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