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L’islam, il nostro alter ego

 

Pierre-Olivier Léchot

Pierre-Olivier Léchot è dottore in teologia e professore di storia moderna all’Istituto Protestante di Teologia (facoltà di Parigi). È membro associato del Centro Studi sui Monoteismi (CNRS EPHE) e del comitato della Società per la Storia del Protestantesimo Francese (SHPF).

 

L’islam e le culture islamiche si trovano al centro della maggior parte delle polemiche che infuriano sui media: l’islam è incompatibile con la Repubblica, la lingua araba non trova spazio nelle scuole… Ma, se guardiamo in maniera spassionata la storia dell’Europa, vediamo come questa opposizione sia fittizia, inventata di sana pianta, tra gli altri, dai promotori di una presunta purezza della cultura francese. Pierre-Olivier Léchot ci prenderà in contropiede con alcuni fatti storici.


Traduzione di Giacomo Tessaro


18 aprile 2019

Al giorno d’oggi molti amano ricordare l’importanza della colonizzazione del mondo arabo-musulmano per la costruzione dell’identità europea. Questo periodo di colonizzazione e dominazione (secoli XIX-XX) avrebbe visto la nascita della concezione dell’”Orientale” come “altro per definizione” rispetto all’Europeo; l’Occidentale ragionevole, pragmatico e organizzato si è concepito in opposizione all’Orientale mistico, disorganizzato, avulso dalla realtà. Ovviamente questa costruzione concettuale doveva essere al servizio di un progetto, perfettamente trasparente, di dominazione politica: l’Orientale ha bisogno di essere governato dall’Occidentale per poter accedere alla civiltà, come affermò Lord Balfour nel 1910 in un celebre discorso di fronte alla Camera dei Comuni britannica. È questo il senso dell’”orientalismo” analizzato con finezza e intelligenza da Edward Saïd. L’opera di decostruzione dell’identità europea coloniale eretta in opposizione all’Oriente, e in particolare all’islam, è fondamentale, ma tende a celare un’altra realtà, a mio avviso assai più importante: l’appartenenza integrale della cultura islamica alla cultura europea. Ma per prendere coscienza di tale realtà bisogna modificare il proprio punto di vista, guardare in modo diverso.

Prima di tutto va riconosciuto che islam e cristianesimo non sono avversari irriducibili, a differenza di quanto ritiene tutta una tradizione intellettuale inaugurata da alcuni orientalisti come Bernard Lewis e alcuni filosofi come Jacques Ellul, ma anche pensatori postcoloniali a tendenza culturalista; meglio ancora, se sono divenuti avversari, non è a causa di una loro opposizione fondamentale, o per così dire “essenziale”, bensì per via della loro prossimità geografica e della loro somiglianza intrinseca. L’Europa e il mondo islamico non hanno mai smesso di confrontarsi, non solo territorialmente ma anche culturalmente, e a prendere a prestito l’uno dall’altro in molti campi: per esserne persuasi, è sufficiente rileggere il Corano facendo attenzione alle tracce che vi hanno lasciato l’ebraismo e il cristianesimo. Ma noi conosciamo tutto ciò che la nostra cultura deve all’islam? Chi ricorda che gli spaghetti italiani furono inventati nell’XI secolo dai coloni arabi della Sicilia? Chi sa che l’opera “Il Cid” di Corneille deve il suo nome al soprannome dato dagli arabi al personaggio storico all’origine della leggenda, sidi [cioè “mio signore” in arabo, n.d.t.] Rodrigo Díaz (v. 1043-1099)? Chi sa che i famosi “algoritmi” dei nostri computer traggono il loro nome dal matematico persiano Muhammad bin Musa al-Khwarizmi (v. 780-v. 850)? Per non parlare dell’algebra, la cui etimologia va ricondotta al suo “Libro degli integrali”, in arabo “Kitab al-jabr”. Quando oggigiorno certe anime belle alzano gli scudi contro ciò che chiamano con disprezzo “l’appropriazione culturale” di quegli Europei che sposano alcuni codici culturali extraeuropei, non è certamente inutile ricordare che tutte le culture si sono costruite attraverso l’appropriazione. L’ideale di purezza culturale è una pericolosa eresia storica.

Dobbiamo inoltre accettare il fatto che, senza l’islam, la nostra cultura religiosa occidentale non sarebbe quella che è, e questo è vero in particolare per il protestantesimo. Come affermano alcuni storici, il protestantesimo deve in effetti la sua sopravvivenza all’islam: senza la conquista dell’Europa dell’est da parte dei Turchi, e senza i grandi sforzi che gli Asburgo, acerrimi nemici dei protestanti, hanno impiegato nella resistenza contro le armate di Solimano il Magnifico, la Riforma non avrebbe assolutamente potuto svilupparsi in Germania e altrove. Chi ricorda che la Confessione di Augusta venne redatta da un’assemblea di Stati imperiali con lo scopo di ricostituire l’unità cristiana dopo l’assedio di Vienna del 1529 (in quella occasione furono inventati quelli che noi francesi chiamiamo “croissants”)?

Un altro fatto denota l’importanza dell’islam nella costituzione dell’identità protestante: fin dalle sue origini il protestantesimo è stato accusato di essere un alter ego della religione di Muhammad; di qui nasce la curiosità di alcuni dei primi eruditi protestanti per questa religione, considerata in ogni caso una minaccia e un pericolo, una religione da cui avevano molta cura di prendere le distanze. Non inganniamoci: in questa curiosità protestante hanno avuto fin da subito un ruolo anche gli interessi commerciali e strategici. È il caso, in particolare, della Corona inglese, la quale, non dovendo obbedire all’embargo contro l’Impero ottomano deciso dal Papa, ne ha approfittato per tessere i suoi legami economici con l’Oriente. Questo ha avuto notevoli conseguenze culturali e letterarie; è a tali legami che dobbiamo l’”Otello” di Shakespeare! All’antropologo Jack Goody va il merito di averlo sottolineato: l’islam non è e non è mai stato l’”Altro” dell’Europa giudaico-cristiana, anzi, è parte integrante della nostra storia, della nostra cultura e della nostra identità, anche e forse soprattutto quella protestante.


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