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L’universale e il contingente,
o le ambiguità della laicità

 

Bernard Reymond

nato a Losanna, è stato pastore a Parigi, poi nel cantone svizzero di Vaud. Professore onorario (emerito) da1998, si interessa in modo particolare alla relazione tra le arti e la religione.

 


Traduzione di Giacomo Tessaro


12 marzo 2019

Tra chi ne vuole estendere la portata e chi cerca invece di restringerla, il concetto di laicità non cessa di far discutere, proprio come il concetto di religione: è un affare pubblico, per non dire ufficiale, oppure deve essere una faccenda personale, anzi confinata nel privato?

In principio, nel 1905, la laicità era un’esigenza prettamente francese e assolutamente contingente: si trattava (e si tratta a tutt’oggi!) di far regolare dallo Stato gli statuti delle associazioni religiose. Negli anni diventa sempre più, in molti discorsi o anche semplici allusioni, una sorta di valore tanto indiscutibile quanto universale, per il quale sarebbe ovvio che la laicità debba imporsi ovunque come la sola soluzione plausibile al problema delle relazioni tra gli Stati e le religioni.

Il corollario di questa sorta di teorema istituzionale è che le religioni, e tutto ciò che con esse ha a che fare, sarebbero un qualcosa di particolare e contingente e non avrebbero quindi il diritto di essere superiori all’universalità del principio di laicità o di cercare di limitarne la portata.

In altre parole, la contingenza sarebbe esclusiva delle religioni, e l’universalità esclusiva della laicità dello Stato. Un bel paradosso! Gli Stati, a dire il vero, sono delimitati da frontiere, e la loro azione regolamentata da leggi e costituzioni, o perlomeno da usanze che hanno in pratica forza di legge; sono perciò per loro natura contingenti, e inoltre, la Storia lo dimostra, la loro esistenza è limitata nel tempo, e le leggi e le costituzioni di cui si dotano sono di fattura squisitamente umana, anche quando si pongono espressamente sotto la protezione di Dio, come avviene per esempio negli Stati Uniti e in Svizzera.

Anche le religioni sono contingenti, per storia, organizzazione, dottrine, differenze, e anche ahimè conflitti, ma se sono veramente religiose, nel senso in cui lo intendono le “grandi” religioni, dette anche religioni “mondiali”, sono anche innervate da un riferimento all’universalità, da ciò che Friedrich Schleiermacher, nel suo discorso “Della religione” (1790), chiamava “l’intuizione dell’Universale”. Questo dovrebbe dissuaderle dall’attribuire una portata universale a ciò che in esse è particolare e contingente. Quando dimenticano questo, si deve rinviarle all’intuizione dell’Universale, vale a dire a ciò che in esse è più personale, ma anche suscettibile di rimettere in discussione tanto la persona quanto le istituzioni umane.

La laicità deve rispettare questa universalità, in tutta la contingenza della sua origine e della sua applicazione. È una contingenza dai principî e dalla portata così delimitati da non essere praticamente esportabile al di fuori di certi contesti politici particolari, come quello francese; altrove, nella maggior parte dei casi, non è applicabile senza troppi compromessi, e non sempre sarebbe la soluzione migliore. La contingenza esige sempre molta abilità!


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