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Àlzati e cammina

Giovanni 5:1-13

Henri Persoz

 

ingegnere in pensione. Alla fine della sua carriera ha intrapreso gli studi completi di teologia che gli hanno permesso di difendere, ancora meglio di quanto già non facesse, il suo approccio molto liberale al cristianesimo


Traduzione di Giacomo Tessaro

I passi biblici sono tratti dalla versione Nuova Riveduta.

12 marzo 2019

Henri Persoz ci mostra come questa ingiunzione, “Àlzati e cammina”, sia liberatoria e promessa di nuova vita, una vita per noi, di cui siamo realmente attori.

Quest’uomo che Gesù vede steso ai bordi della piscina di Betesda, paralizzato da 38 anni, si trova imprigionato nella tradizione e nella superstizione. Potrà guarire solamente, dice a Gesù, quando l’acqua si agiterà e qualcuno lo prenderà e lo getterà nella piscina, e solamente nel caso in cui sia il primo a bagnarsi. Ma cos’è tutta questa messa in scena, questo residuo del paganesimo? Vuole veramente guarire, oppure dopo 38 anni di malattia si è rassegnato alla sua condizione?

I numeri, nella Bibbia, non sono mai dati a caso. 38 è il numero di anni che il popolo ebraico, durante l’esodo, trascorre a Qadesh-Barnea, alle porte e a sud del paese di Canaan, perché era un popolo di poca fede e aveva paura di affrontare i Cananei. Dopo aver attraversato il deserto del Sinai in due anni, secondo i libri del Pentateuco, rimarrà alle porte della terra promessa per 38 anni, a fare surplace dopo diversi tentativi infruttuosi di entrare in Canaan. Alla fine di quel periodo il popolo poté infine insediarsi nel paese e conoscere la libertà nella terra in cui scorrevano latte e miele.

Questa strizzata d’occhio alla mancanza di fede del popolo ebraico conferma la tesi secondo cui l’infermo stazionava alle porte, non di Canaan, ma della piscina, per la sua poca fede e coraggio, e forse non era nemmeno veramente paralizzato. Gesù lo sospetta, perché gli chiede: ”Vuoi veramente guarire?”; l’uomo non risponde, si rifugia nel disfattismo e nella superstizione: “Io non ho nessuno che, quando l'acqua è mossa, mi metta nella vasca”. Tutta questa faccenda di acque che dovrebbero agitarsi è un’ottima ragione per rimanere steso, come lo shabbat può diventare un’ottima ragione per non uscire di casa e non prestare orecchio all’appello del prossimo. Mentre l’infermo basa il suo comportamento su pratiche più o meno debitrici al paganesimo, Gesù pone la vera domanda: “Vuoi veramente guarire? Al di là di tutti i ragionamenti che ti spingono a rimanere steso ai bordi della piscina, vuoi guarire?”. Dato che il paralitico non risponde, Gesù risponde affermativamente al suo posto e gli trasmette la fede che gli manca: “Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina”.

Ma durante lo shabbat non si ha il diritto di trasportare il proprio lettuccio. “Àlzati” è in greco “egeire”, lo stesso verbo che viene tradotto con “resuscitare”; “Resuscita, prendi il tuo lettuccio e cammina” si potrebbe tradurre. La guarigione non è questione di magia o di aspettare indefinitamente ai bordi della piscina che qualcuno ci getti dentro; è questione di volontà, di fede, di fiducia, come per i figli d’Israele, che sono usciti dall’Egitto e dopo quarant’anni, di cui trentotto passati ad attendere, hanno finalmente trovato la loro liberazione. La resurrezione è ora, quando non ci aspettiamo più la magia del miracolo, è in quell’”Àlzati e cammina” ripetuto cinque volte nel nostro passo e presente anche in altri racconti di guarigione. L’ex paralitico ora è libero nei movimenti, libero di camminare, di andare dove vuole: libero di vivere, finalmente. La libertà te la prendi tu, quando cerchi di non seguire più senza riflettere la tradizione religiosa, quando tu stesso decidi di alzarti e camminare, a prescindere dal giorno e dall’acqua che si agita. Gesù mostra, a chi rimane disteso, che bisogna aver voglia di camminare, che aspettare non basta.

Non prendiamo questo episodio alla lettera, e non crediamo che ogni guarigione sia questione di volontà, ahimè. Lo sappiamo anche troppo bene. Qui si parla di guarigione nella testa, di guarigione dell’anima, dell’abbattimento che ci prende di fronte alla nostra mediocrità e che ci lascia a terra, paralizzati, incapaci di rialzarci, in attesa di un miracolo. Oggi è giorno di festa, àlzati e cammina.


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