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L’opinione permanente

 

Maxime Michelet

Maxime Michelet è dottorando in storia contemporanea alla Sorbona.
Proveniente da una famiglia di tradizione atea,
in età adulta ha scoperto il protestantesimo liberale attraverso il tempio dell’Oratoire du Louvre di Parigi.


Traduzione di Giacomo Tessaro

15 febbraio 2019

Non siamo mai stati così informati come nella nostra epoca. Notifiche sullo smartphone, canali di notizie 24 ore su 24, il vasto mondo di Internet: innumerevoli ausili, e meno male che ci sono, perché sono conseguenza e condizione delle nostre libertà democratiche.

A questa informazione permanente (che si impone anche quando non la cerchiamo) corrisponde una permanente ingiunzione a prendere posizione. Ne è un evidente esempio l’eredità del defunto Johnny Hallyday [popolarissimo cantante francese, n.d.t.], dove la Francia intera, gli uni dalla parte dei “diseredati”, gli altri a fianco della “matrigna”, ha preso posizione, senza una solida conoscenza della situazione. Se questo può essere un episodio aneddotico, altre situazioni, soprattutto giudiziarie, trattate con la medesima leggerezza, hanno avuto conseguenze piuttosto gravi.

La nostra sovraeposizione alle informazioni non è altro che un’illusione: immersi fino al collo nell’attualità, siamo in realtà troppo spesso pochissimo informati. La nostra società sta attraversando una crisi della figura dell’esperto: siamo ormai tutti permanentemente spinti a dare la nostra opinione su qualsivoglia argomento, anche se non ne sappiamo nulla. Allora ogni complotto diventa possibile, tutte le fazioni si radicalizzano, i dibattiti non hanno sbocchi e la nostra democrazia si dibatte in un vicolo cieco, come se, vedendo solamente la schiuma, sostenessimo che il mare è bianco. Per avere il nostro voto, alcuni affermeranno che il buon senso è verità e che gli esperti che ci spiegano razionalmente il mare non sono che un’élite predatrice. Nel rumore informe dell’attualità, tutte le confusioni sono lecite.

La sfida delle nostre democrazie consiste nel trovare un equilibrio che rigetti tanto il silenzio dispotico dei tecnocrati quanto il bailamme permanente fondato sul nulla. A questi eccessi dobbiamo rispondere con la serenità dell’umiltà fraterna, indispensabile all’esercizio collettivo della sovranità. Come scrive Rousseau all’inizio del “Contratto sociale”: “Nato cittadino di uno Stato libero e membro del sovrano, per quanto debole possa essere l’influenza della mia voce negli affari pubblici, il diritto di votare è sufficiente ad impormi il dovere di istruirmi”.



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