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La Parola ha abitato
per un tempo fra di noi


Giovanni 1:14

 

Henri Persoz


ingegnere in pensione. Alla fine della sua carriera ha intrapreso gli studi completi di teologia che gli hanno permesso di difendere, ancora meglio di quanto già non facesse, il suo approccio molto liberale al cristianesimo.

 

Henri Persoz ci propone qui di riflettere sul dogma, in particolare sul mistero dell’incarnazione, svelando uno dei possibili approcci “liberali” a questo prodigio, un approccio che non solo è carico di sfumature, ma che ci interpella personalmente.

 


Traduzione di Giacomo Tessaro
I passi biblici sono tratti dalla versione Nuova Diodati.

 

24 gennaio 2019

Un giorno un amico, all’uscita dal culto, mi ha detto: “I liberali sono quelli che non credono all’incarnazione”. Sono così venuto a sapere che, in quanto liberale, non potevo credere a questo prodigio. Ma di cosa si tratta, esattamente? La parola non compare nella Bibbia. Il primo teologo e Padre della Chiesa ad aver sviluppato questa idea sembra essere stato Ireneo di Lione, che era di origine greca e scriveva e predicava in greco; per parlare dell’incarnazione utilizzava la parola “sarkosis”. Era un vasto programma, il suo, con cui voleva soprattutto opporsi alla Gnosi, che riteneva l’umanità di Gesù una mera apparenza. Già Ireneo si appoggiava sulla famosa frase del Prologo di Giovanni (versetto 14): “E la Parola si è fatta carne ed ha abitato fra di noi” e sul primo versetto, dove si precisa che la Parola era Dio.

Il dogma dell’incarnazione venne istituito a metà del quinto secolo, a seguito dei concilî di Nicea (325), Costantinopoli (381) e Calcedonia (451), i quali volevano soprattutto affermare (non senza terribili e interminabili polemiche) che Gesù Cristo era al tempo stesso vero uomo e vero Dio. Ai “trinitaristi” sono occorsi molti sforzi intellettuali per far comprendere l’unione intima di Dio con l’uomo Gesù, e il mistero dell’incarnazione in qualche modo li ha aiutati. Era necessario opporsi agli gnostici, ma anche agli apollinaristi: Apollinare di Laodicea (310-390) negava la natura umana di Cristo e per lui il Verbo si era incarnato in un essere già divino.

Il dogma dell’incarnazione consiste nell’affermare che Dio, in tutta la sua potenza, ha penetrato la natura umana di Gesù, in modo che Gesù possiede anche natura divina: è l’atto attraverso il quale Dio è divenuto uomo. Il concilio di Calcedonia ha proclamato che le due nature, umana e divina, si incontrano nella persona unica di Gesù Cristo. Il pensiero cristiano è poi andato molto più in là, fino a posizioni piuttosto audaci: Dio avrebbe deciso di farsi uomo per poter morire sulla croce, e salvare così l’umanità, la quale, senza questo gesto, sarebbe stata inevitabilmente condannata, vista la sua natura peccatrice.

Il dogma dell’incarnazione si appoggia fondamentalmente sul prologo di Giovanni, ma anche su altri testi biblici, più o meno ambigui, come per esempio la famosa Ode che troviamo nella lettera ai Filippesi di Paolo (Filippesi 2:5-11), la quale non dice che Gesù è Dio, ma che è a immagine di Dio, letteralmente “in forma di Dio”. Il dogma si appoggia poi sui racconti della nascita miracolosa di Gesù in Matteo e Luca. Progressivamente, l’incarnazione diviene il centro della dottrina cristiana: se Gesù può venire in nostro aiuto, è anche grazie al fatto che è Dio. L’incarnazione si prolunga poi nell’Eucarestia, poiché in questo avvenimento misterioso Gesù-Dio si incarna di nuovo nelle due specie del pane e del vino. Infine, l’intera Chiesa è l’incarnazione di Dio sulla terra. Dottrina eucaristica a parte, i Riformatori non hanno fondamentalmente messo in discussione il mistero dell’incarnazione.

Per tornare al commento del mio amico, è pertinente dire che i liberali non credono all’incarnazione? Certamente no, perché non i liberali pensano tutti alla stessa maniera. André Gounelle ha svolto un’ottima sintesi della questione in una conferenza al tempio di Maguelone di Montpellier nel dicembre 2017, reperibile su Internet. Qui voglio fare alcune osservazioni sull’argomento, contenute nella conferenza di André Gounelle, ma presentate alla mia maniera.

La giustificazione biblica del dogma è fragile

Abbiamo già detto che la parola “incarnazione” non esiste nel Nuovo Testamento. L’espressione del Prologo di Giovanni (“La Parola si è fatta carne”) è un’espressione isolata nei vangeli. Inoltre, come ho scritto nell’articolo “Gesù: uomo o Dio?” nel numero 317 di Évangile et Liberté del marzo 2018, il Prologo è un testo molto tardivo, scritto verso la fine del primo secolo, proprio nel momento in cui alcuni cristiani cominciavano a proclamare che Gesù era anche Dio.

Attenzione, però: il “Verbo” del Prologo, molto spesso tradotto con “la Parola”, non è esattamente Dio: letteralmente è il “logos”, che rinvia alla parola profetica che segna gli interventi di Dio nella storia, e che rinvia anche alla saggezza, la quale ha assistito Dio nella creazione e nella gestione del mondo. Potremmo tradurre con: “La saggezza che proviene da Dio, o la parola/il discorso di Dio”. Il logos è quindi rappresentato in maniera somma da Gesù, che proclama questa parola/discorso con forza e verità; ma, nel medesimo tempo, il logos è Dio stesso, poiché Dio è parola nella misura in cui di Dio possiamo percepire null’altro che la parola. Nel Prologo troviamo dunque molte sfumature e sottigliezze che scompaiono quando, come a Nicea, si afferma brutalmente che Gesù è “vero Dio e vero uomo” e che “si è fatto uomo”.

Il lato materiale e quello spirituale

Certo, Lapalisse avrebbe potuto dire che l’uomo sta all’incrocio della carne e dello spirito, del lato materiale e del lato spirituale, del concreto e dell’astratto, del visibile e dell’invisibile. Per Platone, lo spirito è la realtà primaria; il pensiero preesiste al mondo materiale; le anime preesistono ai corpi, in cui sono rinchiuse per caso, prima di poterne fuggire per raggiungere il mondo superiore, il mondo di Dio. Per Aristotele, al contrario, l’anima è parte del corpo, inseparabile da esso, e gli fornisce la sua utilità, la sua funzione e il suo destino; è la “forma” del corpo, allo stesso modo in cui la forma della sedia le fornisce la sua funzione e la sua utilità, ma scompare assieme al legno della sedia. Aristotele fu dimenticato dalla grande Chiesa a causa del suo materialismo, che (con qualche riserva) faceva praticamente scomparire l’anima con il corpo, ma ritornò in auge grazie ad alcuni pensatori medievali, come il musulmano Averroè e Tommaso d’Aquino.

In ogni caso, lo spirito ha bisogno della carne per esistere, e l’uomo carnale non sarebbe nulla se non aspirasse alla spiritualità; ecco quindi che si modella un’immagine di Dio e ne fa oggetto della sua adorazione. “Dio ha bisogno del mondo, e il mondo ha bisogno di Dio” afferma André Gounelle. Ed ecco il paradosso: il visibile e l’invisibile sono separati, ma inseparabili. Dice ancora il professor Gounelle: “All’interno della carne troviamo lo spirito; nel tempo, troviamo l’eterno”. È proprio questo il paradosso espresso dall’incarnazione.

L’incarnazione generalizzata

Detto questo, comprendiamo come l’incarnazione non è cosa che riguardi il solo Gesù: è l’incontro di Dio con l’uomo, è l’aspirazione dell’uomo alla divinità, e si è manifestata attraverso tutti i profeti e i pensatori che hanno preso parte alla stesura della Bibbia, sia nella sua parte ebraica che in quella cristiana; si è manifestata anche attraverso tutti gli uomini che hanno scritto su Dio, e che soprattutto si sono impegnati per Dio. E il Prologo ha ben ragione di affermare: “Nel principio era il Logos […] e il Logos ha abitato fra di noi”. Come scrisse il filosofo Whitehead: “Il mondo vive dell’incarnazione di Dio”.

Certamente Gesù è l’uomo per eccellenza, che ha compreso molto bene, e ci ha rivelato in tutta la sua forza, la volontà di Dio: “Ama il prossimo tuo come te stesso”, e che si è impegnato in maniera totale, fino a morirne, per far comprendere tale volontà. Ecco perché siamo cristiani. Di qui a confondere Gesù con Dio...

 

 


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