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Due quadri celebri
che rappresentano
la stessa scena.
E tuttavia quale differenza
nelle impressioni e nelle emozioni che suscitano !

 

 

 

di Pierre Ruetsch

 

 

traduzione di Giacomo Tessaro

 

10 novembre 2014

Uno si chiama Michelangelo Merisi ed è nato nel villaggio di Caravaggio. L'altro, Paolo Caliari, è venuto al mondo a Verona. Il primo, il Caravaggio, ha quindici anni quando muore il secondo, Veronese.

Michelangelo, bruciato da una vita incandescente, è un assassino violento, stritolato dalle sue lacerazioni. Tutte. Braccato, sempre in fuga, agonizza in solitudine su una spiaggia di Porto Ercole, faccia a faccia con Colui che ha sempre cercato nei suoi modelli, incontrato in quel popolo miserabile dove ha vissuto anche le folgorazioni della carne. Il Sofferente abita in lui, quello che talvolta dipinge con il suo viso nelle sue tele.

Paolo si è stabilito a Venezia. Non è un vagabondo. È al servizio dei principi che frequenta in un lusso abbagliante. Non sembra un inquieto; perlomeno la sua pittura, tutta luce e voluttà, non dice questo. Quella di Michelangelo inventa il chiaroscuro: una grazia non messa in discussione nell'uno, la ricerca, nelle notti dell'anima, di una introvabile redenzione nell'altro.

E poi due tele: Damasco. La strada. La Voce. Veronese, il Caravaggio. Nel primo, il caos. I cavalli fuggono, i personaggi vengono trasportati dai turbini di un cielo in tempesta, gli alberi si piegano, le tuniche volano via. Saulo è a terra, il corpo rovesciato sotto un cavallo nero. È il disordine dello spirito che riflette quello del mondo. Più niente può essere controllato. Veronese mette in scena il caos, il terribile: “Io sono quello Yeshua che tu perseguiti”. Il dramma è esteriore, ma presente sulla tela. I massacri non sono lontani, tanto che anche i seguaci fuggono di fronte agli sbirri di Saulo, senza comprendere ciò che sta accadendo. È questo che rivede Saulo? Per incontrare Dio bisogna rivivere nella carne l'esperienza del male? Il Perdono come una memoria che potrebbe essere alleggerita del suo peso? Mostrarlo agli altri, dirlo? Veronese fa di noi degli spettatori ai quali dare una risposta.

Il Caravaggio. Stesso episodio, ma esiti completamente altri. Il tempo si è coagulato. È l'esperienza mistica. Le braccia aperte, Paolo accoglie Colui che sta ricevendo. Non c'è nulla di simile in Veronese. Per Michelangelo l'esperienza della grazia è una folgorazione, un orgasmo dello spirito. Il cavallo è bianco, lo zoccolo alzato, anch'esso in attesa, come se stesse proteggendo il corpo abbandonato. Niente di esteriore a disturbare il dialogo con la notte del silenzio. La Voce diventa luce: chiaroscuro. Il viso di Paolo è rilassato, sta “dall'altra parte”. Sta guardando in se stesso. Stiamo assistendo a una parusia. Non c'è alcun bisogno di elementi che si scatenano. Il dramma che era in lui ci rinvia al nostro. È in noi che stiamo guardando. Le due braccia tese. Finalmente. Come lui. Nell'incontro di sé con se stesso. Accogliendo Colui che viene e che senza dubbio non si può comprendere, solo accogliere.

Le due tele mi fanno pensare alla certezza (la Fede?), ma ancora di più alla rimessa in questione. La grazia è cosa vissuta, abbandono, la nostra capacità ad aprire le braccia, colpiti da quel silenzio che non è nei rumori del mondo. Ma il Caravaggio mi dice che, in ogni caso, è un terribile faccia a faccia, che non è mai una risposta definitiva... perché sulla spiaggia di Porto Ercole non c'era nessun chiaroscuro che illuminava il cavallo e l'uomo. C'era la solitudine. La chiamata senza risposta. La notte. Il Caravaggio, forse, finalmente, in pace.

 


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