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Dio Padre

 

Charles Wagner ha scritto che, di tutti i nomi di Dio,
« Padre è il meno pretenzioso, il più umile, il più umano, il più dolce ».
È vero, ma è anche un nome che pone dei problemi e degli inconvenienti.

 

Di André Gounelle



André Gounelle, pastore, professore onorario all’Istituto protestante di teologia di Montpellier,
è autore di numerosi libri e collaboratore di Évangile et Liberté da 50 anni

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

 

21 julio 2018

Seguendo Gesù, e secondo il suo insegnamento, ci rivolgiamo a Dio con il titolo di Padre. È un appellativo che non va dato per scontato: i musulmani ne sono scioccati, perché la paternità implica la sessualità, alla quale, secondo loro, Dio è estraneo; pone problemi a chi ha avuto un padre indegno, assente o violento; alcuni lo trovano ingiusto nei riguardi delle madri, in quanto la Bibbia parla di Dio anche al femminile.

All’affermazione secondo cui Dio è padre sono state rivolte altre due critiche:

1. La prima critica sottolinea il fatto che la paternità si riferisce a una provenienza, a qualcuno prima di noi, che si situa alle origini della nostra esistenza; ora, il Dio biblico ci orienta verso il futuro, introduce il nuovo, chiama e conduce il mondo verso una trasformazione. Scrive Bultmann: “Il Dio dell’Evangelo è sempre avanti a me, come colui che viene: è la sua perpetua futurizione, che è la sua trascendenza”. Per Cobb, più che il passato e il presente, è il futuro il tempo per eccellenza di Dio. Pensiamo al Natale: un neonato non è forse un simbolo migliore di Dio e del suo Regno rispetto a un padre? Il padre precede, il neonato annuncia un divenire.

Questa obiezione, malgrado la sua relativa pertinenza, mi sembra riduttiva, in quanto riduce la paternità alla generazione originaria, mentre invece essa è, prima di tutto, un’avventura continua. Un padre educa i suoi figli, poi li accompagna e li aiuta. Dio è Padre perché ci spinge ad andare avanti e fa nascere l’inedito, nella nostra vita come nel mondo. La stessa creazione biblica non concerne tanto l’origine del mondo, quanto il suo presente e il suo avvenire: più che a un fondamento iniziale, essa rinvia a quel dinamismo divino che produce continuamente di nuovo.

2. La seconda critica obietta che chiamare Dio “Padre” abbassa la sua gloria e la sua sovranità e le rende troppo famigliari. Quando facciamo uso della parola abba (papà), che avrebbe usato per primo Gesù, faremmo presto a dimenticarci ciò che ci differenzia da lui e cadremmo nella confortevole religione di un Dio che ci coccola ed è nostro amico, un Dio gradevole come un bel cuscino o un comodo divano, simile ai peluches infantili, che ci rassicura e ci fa assopire, mentre invece il Dio biblico inquieta, scardina, interpella, scuote e mette in movimento.

Anche questa seconda obiezione contiene una parte di verità, ma è unilaterale. Molte pagine della Bibbia sottolineano il fatto che Dio è terribile nelle sue esigenze, temibile nella sua giustizia, micidiale nella sua santità, ma tutto questo non esclude l’amore; altre pagine parlano dell’affetto che nutre per noi, della protezione che ci assicura, della fiducia che possiamo avere in lui, ma tutto questo non esclude la sua grandezza e la sua maestà.

Dio è al tempo stesso altro e intimo, estraneo e famigliare. Nella fede sviluppiamo una relazione che congiunge il rispetto e la reverenza con la tenerezza e l’affetto. Quando Matteo riporta la preghiera non semplicemente iniziando con “Padre”, come Luca, ma con “Padre nostro, che sei nei cieli” , mette in tensione il “padre”, ovvero l’intimità, con i “cieli”, che simboleggiano non un altrove, ma un altrimenti, coniugando la prossimità del “padre” con l’alterità “celeste”.

Qualsiasi designazione di Dio comporta degli inconvenienti. Le obiezioni alla designazione di “padre” non devono condurre a scartare questo appellativo, bensì a precisarlo con cura, richiamando la distanza e la differenza del Divino e ponendo la generazione non solamente ieri, ma soprattutto oggi e domani.

 


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