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Gesù libera

attraverso la sua parola

 

 

Di Henri Persoz


Henri Persoz è ingegnere in pensione.
Alla fine della sua carriera ha intrapreso gli studi completi di teologia che gli hanno permesso di difendere, ancora meglio di quanto già non facesse, il suo approccio molto liberale al cristianesimo

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

 

21 julio 2018

“Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Giovanni 8:31b-32)

I passi biblici sono tratti dalla versione Nuova Riveduta.

Non basta ascoltare la parola di Gesù, bisogna rimanere in essa, farne un rifugio contro le cattive influenze; in poche parole, abitarvi dal mattino alla sera. Questa parola non è altro che il logos, rivolto verso Dio fin dal principio. Rimanere nella parola di Gesù vuol dire rimanere in Dio, perché Dio è Parola. E i giudei che l’ascoltavano gli ribatterono: “Noi siamo discendenti d'Abraamo, e non siamo mai stati schiavi di nessuno; come puoi tu dire: "Voi diverrete liberi"?” (Giovanni 8:33b).

L’appartenenza a un popolo contro il dimorare in una parola: ecco il malinteso tra Gesù e i giudei che l’ascoltavano, un malinteso che ancora oggi influenza il nostro cristianesimo. Più che di libertà, qui Gesù ci parla di liberazione. Le due cose non si equivalgono affatto. Nel 1945 eravamo liberati, ma non ancora liberi. Il popolo d’Israele conosce bene la liberazione rammentata all’inizio del Decalogo: “Io sono il SIGNORE, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù” (Esodo 20:2). Israele esiste perché è stato liberato, il Dio d’Israele esiste perché è liberatore.

Ma di che liberazione si tratta in questo incontro tra Gesù e i giudei? Lo precisa lo stesso Gesù nella sua replica: “In verità, in verità vi dico che chi commette il peccato è schiavo del peccato” (Giovanni 8:34b). Si tratta quindi della liberazione dal peccato. Ah! il peccato! Il peccato attraversa tutta la Bibbia e la religione cristiana, perché l’uomo è sempre insoddisfatto di se stesso, è sempre posto di fronte al fallimento morale, fallimento suo, di chi gli sta attorno, dell’umanità intera. Questa è una delle sue principali angosce. Lo stesso apostolo Paolo confessa nella sua lettera ai Romani: “Poiché in me si trova il volere, ma il modo di compiere il bene, no. Infatti il bene che voglio, non lo faccio; ma il male che non voglio, quello faccio” (Romani 18b:19).

La nostra natura umana è fatta in modo tale che non riusciamo mai a disfarci delle nostre pretese, del nostro egoismo, del nostro orgoglio. Come uscire da questa situazione? Come liberarsi da questa schiavitù? Qui Gesù offre la sua soluzione: la liberazione si ottiene con la pratica della sua parola, la parola che invita a tavola i poveri, gli storpi, gli zoppi, tutti coloro che non possono restituire nulla perché nulla hanno; la parola che invita ad amare i propri nemici e a pregare per loro; la parola che raccomanda di farsi piccoli come bambini, di considerarsi gli ultimi, coloro che devono servire e non coloro che devono essere serviti. Eccola la parola di verità che ci libera dalle nostre angosce, in quanto ci fa uscire da noi stessi, dai nostri piccoli problemi, dai nostri piccoli peccati.

Cos’è il peccato nella tradizione ebraica? È non seguire la Legge di Dio. Alla fine della Legge, il Deuteronomio recita: “Il SIGNORE ci ordinò di mettere in pratica tutte queste leggi e di temere il SIGNORE, il nostro Dio, affinché venisse a noi del bene sempre” (Deuteronomio 6:24a). In altre parole, se il Signore ha prescritto queste leggi non è per il suo interesse personale, ma per il nostro, perché noi siamo felici; l’unico interesse di Dio è la felicità dell’umanità, ecco il motivo per cui prescrive la sua Legge.

Gesù si inserisce pienamente in questa tradizione, ma la sua legge è al tempo stesso più esigente e meno pignola. “Voi avete udito che fu detto: ‘Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico’. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano” (Matteo 5:43-44); ma anche “Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato” (Marco 2:27b). Noi ci liberiamo da noi stessi se dimoriamo in questa parola di Dio rivelata di nuovo da Gesù, la quale ci conduce verso gli altri: ecco la verità. Come dice del resto Gesù, attraverso la penna dell’evangelista Giovanni: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola” (Giovanni 14:23a). Amare Gesù significa mettere in pratica la sua parola.

Ed ecco la fine del Prologo: “Nessuno ha mai visto Dio; l'unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l'ha fatto conoscere” (Giovanni 1:18). Questa Parola venuta fino a noi ci libera dai nostri tormenti e ci spinge a prestare più attenzione ai tormenti degli altri, sempre più gravi dei nostri.

 


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