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Gesù, uomo o Dio?

Una questione molto dibattuta

 

 

Di Henri Persoz


Henri Persoz è ingegnere in pensione.
Alla fine della sua carriera ha intrapreso gli studi completi di teologia che gli hanno permesso di difendere, ancora meglio di quanto già non facesse, il suo approccio molto liberale al cristianesimo

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

 

26 julio 2018

Henri Persoz ci propone di ripercorrere la storia della divinità di Gesù e di esaminare a volo d’uccello una controversia che rischia di chiuderci in un circolo vizioso.

I passi biblici sono tratti dalla versione Nuova Riveduta.

La divinità di Gesù è stata a lungo un problema per le Chiese e i grandi Concilî di Nicea (325) e Calcedonia (451) non hanno veramente chiarito la questione, perché hanno utilizzato dei termini astratti che ciascuno comprendeva in modo diverso, a seconda della sua cultura. Così, per esempio, la parola greca “omoousios” può essere letta come “della medesima sostanza”, o “della medesima essenza”, oppure ancora “della medesima natura”. Anche la parola “upostasis“ può riferirsi alla sostanza o alla persona. Tra sostanza, persona e natura, le conclusioni dei Concilî non sono state univoche, anzi, hanno complicato ancora di più la questione, cosicché le dispute, le scomuniche e le violenze sono continuate per secoli.

Ancora oggi, alcuni teologi vedono nel Nuovo Testamento l’affermazione che Gesù è Dio, mentre altri, al contrario, vi vedono la sua negazione. Scrive Clemente Romano verso il 120 nella sua seconda Epistola: “Fratelli, dobbiamo pensare a Gesù Cristo come a Dio”: questo dimostra che, all’inizio del secondo secolo, la divinità di Gesù non era accettata ovunque. La mia sensazione è che questa idea abbia cominciato a diffondersi ampiamente in ambito cristiano proprio all’inizio del secondo secolo.

Un’evoluzione percettibile nel Nuovo Testamento

Paolo, che scrive tra gli anni 50 e 60, non confonde mai Gesù e Dio. Per l’apostolo, Gesù è il Messia annunciato dai profeti, un Messia che in nessun caso è Dio. Del resto, come avrebbe potuto resuscitare se fosse stato Dio? Gli dèi non resuscitano. Quando Paolo scrive in 1 Corinzi 11:3 “il capo della donna è l'uomo, e [...] il capo di Cristo è Dio”, stabilisce una gerarchia, discutibile fin che si vuole, ma che dimostra che per lui Cristo non è Dio. Evidentemente, il termine Signore (Kurios), che Paolo utilizza per designare sia Dio che Gesù, si presta alla confusione. Il termine mostra soprattutto il rispetto dovuto ai due personaggi: anche il padrone di casa e l’imperatore sono Kurioi.

I Vangeli sinottici, scritti tra il 70 e il 90, parlano poco di un Gesù che sarebbe Dio; ancora meno ne parla il Vangelo apocrifo di Tommaso. Dobbiamo perciò rivolgerci al Vangelo di Giovanni, in particolare al suo prologo; ma questo Vangelo è stato scritto proprio sullo scorcio del primo secolo, e in quel periodo in alcuni ambienti si era fatta strada l’idea di un Gesù-Dio. La scuola giovannea sviluppa una sorta di fusione tra Dio e Gesù, e quando quest’ultimo dichiara “io sono proceduto e vengo da Dio” (8:42) ci si può chiedere se a parlare è Gesù o l’evangelista. Il Gesù giovanneo è molto più “unito al Padre” di quello sinottico.

In ogni caso, a partire dal secondo secolo e per molto tempo sono coesistite dottrine opposte, che negavano la divinità di Gesù oppure la sua umanità, con tutte le ipotesi intermedie. Come abbiamo detto, i grandi Concilî hanno trovato dei compromessi per non compromettere l’unità di Chiesa e Impero e hanno immaginato che Gesù potesse essere al tempo stesso vero uomo e vero Dio, ma hanno avuto difficoltà nel convincerne tutta la cristianità. Oggi possiamo renderci conto che il problema era mal posto.

Di quale Gesù parliamo?

La Chiesa antica non si poneva il problema della storicità di ciò che viene raccontato nei Vangeli. Non era possibile una distinzione tra il Gesù raccontato dai Vangeli, quello raccontato dalla Chiesa e il Gesù della storia, in quanto le Scritture e gli scritti della Chiesa erano al tempo stesso verità spirituali e storiche. L’espressione stessa di “Gesù storico” era inconcepibile.

La questione ha cominciato a porsi poco prima dell’epoca illuministica, quando si sviluppò la scienza storiografica e lo studio critico dei testi; si cercò di distinguere, all’interno dei testi, i ricordi storici da ciò che erano invece gli sviluppi più tardi che dovevano servire da verità spirituale. Nel XVII secolo alcuni teologi illuminati cominciarono a dire che esisteva una differenza tra il Gesù storico e quello presentato dal Nuovo Testamento, ma rimasero soli e inascoltati. È soprattutto nel XIX secolo che molti teologi protestanti tedeschi, raggruppati sotto il termine generale di “scuola liberale tedesca”, presero di petto il problema, non volendo che il cristianesimo sfuggisse al dominio della ragione; cominciarono quindi a ricostruire delle “vite di Gesù” con l’ausilio delle nuove tecniche della critica storica. Le critiche a questa prima ondata, soprattutto da parte di Rudolf Bultmann e Albert Schweitzer, vertevano sul fatto che questo metodo non escludeva un certo grado di soggettività, dato che ogni teologo tendeva a trovare nei testi il Gesù che a lui si confaceva.

Ciò che oggi può essere considerato certo, sia dagli storici che dai teologi liberali, è che un certo Gesù ha attraversato la storia e a partire da lui si è sviluppato un incredibile movimento religioso, ma che è molto difficile sapere con precisione cosa abbia fatto e detto. I Vangeli sono dei documenti di fede, non delle relazioni di fatti storici precisi, che del resto gli autori non conoscevano di prima mano, visto che non facevano parte del seguito di Gesù. Dobbiamo dunque distinguere tra il Gesù storico, che è esistito ma che non conosciamo, e il Cristo della fede, che può prendere forme molto diverse a seconda che si seguano i Vangeli, le Epistole e, a fortiori, le Chiese e i teologi.

Al punto che, alla domanda se Gesù era Dio o un uomo, potremmo rispondere: di chi stiamo parlando? Per quanto riguarda il Gesù storico, quello che è realmente esistito in carne e ossa, che possiamo avvicinare solo attraverso il velo opaco degli scritti neotestamentari, mi rivolgo alla ragione. Gesù non si distingue da noi per la costituzione della sua persona, appartiene alla nostra medesima specie umana, alla medesima classe ontologica. Non era altro che un uomo. Certo, era vicino a Dio, più di molti altri, ci ha trasmesso una Parola eccezionale, indispensabile se vogliamo rendere migliore l’uomo. Ma era un uomo. In seguito, a partire da questa realtà evidente, dettata dalla ragione, le Chiese nascenti e i vari cristianesimi hanno costruito la loro fede, fino a divinizzare Gesù, divenuto il Cristo della fede.

Riassumendo, il Gesù storico era un uomo; il Cristo della fede è divenuto, per alcuni, un Dio. Questa espressione ha però dei contorni incerti: cos’è Dio? E cos’è un uomo che è anche Dio? La maggior parte dei nostri contemporanei non sa distinguere tra il Gesù storico e il Cristo della fede: ciò che dicono di solito le Chiese non ha insegnato loro nulla a riguardo e, dato che non possono accettare che un uomo sia anche Dio (assieme a molte altre cose ancora), fuggono dalla religione cristiana; dato che ne fuggono, non possono essere al corrente delle concezioni moderne che qui abbiamo riassunto. È un circolo vizioso.


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