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Dio al di qua di Dio

 

 

Di Bernard Reymond

nato a Losanna, è stato pastore a Parigi, poi nel cantone di Vaud (Svizzera).
Professore onorario (ora emerito) dal 1998,
si interessa in modo particolare alla relazione tra le arti e la religione.

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

 

24 Gennaio 2018

« Dio al di là di Dio » : questa espressione vuole esprimere o ricordare il fatto che Dio non può essere contenuto nel termine che lo designa. “Dio” non è altro che una parola per tentare di dire Dio, arrivando al limite del nostro linguaggio umano, con tutti i limiti della nostra condizione e immaginazione umane.

Ma dire che Dio è “al di là di Dio” non significherebbe forse porlo talmente al di là di ogni al di là che potrebbe divenire irraggiungibile, e quindi non in grado di raggiungerci? Spinto all’estremo, l’al di là di Dio rischia di svuotare questa parola di ogni significato, di privarla della capacità di coinvolgerci.

Perciò, quando diciamo che Dio è “al di là di Dio”, forse dovremmo aggiungere che è anche “al di qua di Dio”; dire che Dio è al di qua vuol dire riconoscere come stia inevitabilmente nel più intimo nucleo della nostra esistenza, come diceva sant’Agostino, per il quale Dio, il Dio della sua fede, era “intimior intimo meo”, a lui più intimo della sua stessa intimità.

A porlo troppo “al di là di Dio” si rischia di cadere nella trappola di questa metafora spaziale e di non trovare proprio nulla, alla stregua degli astrofisici che cercano di vedere al di là del Big Bang… e si trovano di fronte a spazi più infiniti che mai, così infiniti che Dio, il Dio della fede, evidentemente non vi trova posto, mentre al di qua dell’al di qua di me stesso mi trovo inevitabilmente in presenza di questioni che non sono più quelle dell’astrofisica, ma parlano di chi sono, e di chi sono di fronte a Dio.

In una direzione come nell’altra, il pensiero di Dio non può che darci le vertigini, oppure assorbirci talmente da divenire salutare e luminoso: è questa la sua utilità.


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