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Il sangue

 

 

 

Di Laurent Gagnebin


pastore della Chiesa Protestante Unita di Francia a Parigi, 
poi professore all’Istituto Protestante di Teologia (facoltà di Parigi).
È stato presidente dell’Associazione Évangile et Liberté
e, per dieci anni, direttore di redazione del medesimo mensile

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

30 maggio 2018

La quantità di sangue versato nella Bibbia pone qualche problemino al nostro spirito pacifico. Interrogandosi su questa tematica, Laurent Gagnebin ci offre una riflessione corroborante sulla crudeltà nella Bibbia.

Ho letto tre volte la Bibbia da cima a fondo. Quando gli studenti mi chiedono quale opera io consigli da leggere durante le vacanze, rispondo: la Bibbia, ma una Bibbia da studio, con tutte le sue introduzioni e le sue note.

Detto questo, dopo la terza lettura integrale ho deciso che quella sarebbe stata l’ultima, in quanto ero sconvolto dal posto che vi occupa il sangue, non nel quadro di una certa spiritualità e di un certo simbolismo (del resto piuttosto ambigui), ma in quanto espressioni di morti crudeli e inumane volute da Dio.

Ecco, per esempio, gli ingombranti sacrifici e pratiche cultuali descritti nelle Scritture. Qualcuno ha scritto che il Tempio assomigliava a una macelleria sanguinolenta, e credo non fosse lontano dal vero. Tutti i giorni i fedeli volevano piacere a Dio ed essergli graditi sacrificando animali in un bagno di sangue. Nell’idea che Dio si aspetti da noi questo tipo di sacrifici c’è qualcosa di profondamente ributtante, che dà di Dio stesso un’immagine crudele e orrenda. Per fortuna, i profeti hanno spesso sottolineato l’insufficienza di queste pratiche, a cui preferivano una vita di giustizia e di carità, che sola poteva rivelare una pietà autentica.

Un’altra dimensione mi ha scandalizzato, e cioè il numero di volte in cui Dio, da guerriero spietato, ordina ai soldati di spargere il sangue dei nemici e di passarli tutti a fil di spada. A questi orrori, a quanto pare orchestrati da un Dio di giustizia e misericordia, preferisco il racconto secondo cui un re “pagano” vittorioso, al quale il popolo chiedeva di celebrare con diversi giorni di festa, dichiarò: al contrario, voglio celebrare un lutto nazionale, perché la mia vittoria ha significato la morte dei miei nemici.

Qualcuno mi dirà che questi testi sanguinosi appartengono al passato, che bisogna farne una lettura storico-critica e porli nei loro contesti originali, lontani dal nostro (sorpassati?), che la Bibbia non è un romanzo rosa, che essa ci presenta, senza cerimonie e senza giri di parole, l’uomo religioso così com’è. E fin qui sono d’accordo. Ma quel qualcuno mi dirà che il Nuovo Testamento sfugge a quest’immagine di un Dio sanguinario e vendicativo, e su questo non sono d’accordo. Non sempre vi viene proclamato il Dio d’amore: l’affermazione secondo la quale Dio perdona agli uomini spargendo il sangue di un innocente sulla croce ha qualcosa di sordido, di cui ahimé si è abbondantemente nutrita la teologia cristiana con la sua dottrina dell’espiazione. È un Dio che non è nemmeno all’altezza di ciò che noi definiremmo un onest’uomo. Anche in questo caso, nel sangue che Dio esige c’è qualcosa di immorale e di profondamente rivoltante.

In seguito ho letto la Bibbia attraverso una griglia di lettura molto personale, quella di un Dio di vita e d’amore. Scelgo i testi? Sì. Espurgo la Bibbia? Sì, ma in modo da incontrarvi quel Dio del quale il capitolo 4 della prima lettera di Giovanni (versetti 8 e 16) ci dice testualmente che “è amore”. Non tutta la Bibbia ci fa udire la Parola di Dio, del Dio di Gesù Cristo.


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