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Una psicanalista alle prese con l’impossibile questione di Dio

 

 

Di Dominique Gauch

psicanalista e teologa. Ha studiato all’Istituto Protestante di Teologia di Montpellier. Le sue influenze sono Benjamin Fondane, Lev Šestov e Søren Kierkegaard; il suo lavoro si situa tra inconscio e fede biblica.

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

4 marzo 2018

Cosa può esserci all’incrocio tra psicanalisi, Bibbia ed esistenzialismo? La psicanalista Dominique Gauch si propone di condurci a quell’incrocio, di scoprire cosa vi si trova e di delimitare meglio i concetti di fede e desiderio.

Una psicanalista che confessa di non poter trovare la sua unica libertà d’essere nelle strutture del linguaggio? Sarà affidabile come psicanalista?

Non seguirò i passi di Françoise Dolto, che legge la Bibbia con le lenti della psicanalisi, né quelli di Marie Balmary e della sua opera sensibile di esegeta. Dio è per me una questione esistenziale, nel senso che Søren Kierkegaard, Lev Šestov e Benjamin Fondane danno al pensiero esistenzialista. Quest’ultimo rende prioritaria la vita sulla filosofia della vita, il soggetto sul genere umano. Per il pensiero esistenzialista la fede non è fatta per consolare, né per rassicurare, ma per mettere in crisi, sconcertare la coscienza, scacciarci dalle nostre certezze; il soggetto si confronta con l’impossibile, con l’indicibile. Scrive René Magritte: “La parola Dio non ha un senso per me, ma la restituisco al mistero, non al nulla”. È così che, dopo un lungo cammino tra psicanalisi e Bibbia, ho scoperto che la parola Dio, per me, non ha niente di religioso, bensì ha l’effetto di un “improvvisamente”, come “una brusca colata di presenza a se stessi” che emana misteriosamente dal racconto biblico dell’Esodo. È così che furono depositati, nell’anima della bambinetta che ero – avevo cinque anni -, i germi di una ricerca di cui avrei compreso, decenni più tardi, l’oggetto: la questione dell’Alterità, tra l’Altro radicale (Dio) e l’altro (il prossimo), questione difficile di un soggetto tra fede e amore, tra passione per i primi oggetti d’amore, che sempre colorerà il destino degli amori futuri, e passione per l’Altro della fede, che conduce talvolta fino ai confini della vita.

Per la tecnica psicanalitica il desiderio è richiamo al desiderio di un Altro, un prossimo ingigantito dalla passione infantile fino a divenire “come un dio” (da qui la maiuscola). Non sorprende che sia stato un ebreo come Freud, nutrito di poesia biblica fin dalla più tenera età, ad aver inventato la psicanalisi, il cui lievito è l’amore per il transfert, il richiamo agli Altri della vita (attraverso la mediazione della persona della psicanalista), a degli esseri appassionatamente amati, talvolta odiati: una madre, un padre… L’intuizione del genio di Freud è stata quella dell’essere umano vivente, desideroso del desiderio di un altro, un essere di alterità e di passione.

Per molte figure bibliche la fede è questo: rispondere al richiamo dell’Altro, all’appello a divenire se stessi di fronte a questo Altro radicale, che misteriosamente si ricorda dell’essere umano e al quale la Bibbia dà il nome di Dio. Un appello a divenire se stessi senza alcuna garanzia se non la fiducia in un Dio impossibile da afferrare con la ragione, e tuttavia concreto nei suoi effetti vitali: Va’! Alzati! Parti! Questi sono gli imperativi interiori, a rischio del ridicolo (Abramo e Sara all’annuncio della promessa che avrà nome Isacco), dell’assurdo (Abramo di fronte all’assurdità del sacrificio dello stesso Isacco) e della disperazione (Giobbe e la realtà del male).

Psicanalisi e fede biblica sono due campi d’esperienza e di pensiero diversi, irriducibili l’uno all’altro, ma il loro punto d’incontro (non di sintesi) è proprio la questione del soggetto nella singolarità del suo desiderio, tra l’enigma del desiderio dell’altro amato e il mistero dell’Altro della fede.

Nell’incontro con l’opera poetica e filosofica di Benjamin Fondane sono divenuta capace di distinguere il desiderio per come è compreso dalla psicanalisi (alienazione dalle passioni infantili) dalla fede come desiderio di una Alterità radicale, di un indicibile che chiama alla “non rassegnazione” di fronte all’impossibile. Kierkegaard forse si esprimerebbe in maniera diversa e situerebbe la psicanalisi nel campo del desiderio temporale e la fede in quello atemporale. Benjamin Fondane ha saputo testimoniare del legame tra Bibbia e pensiero esistenzialista. Scrive sua moglie Geneviève: ”Era un uomo dell’Antico Testamento, e comprendere questo fatto è la condizione per comprendere tutta la sua opera”; ecco perché mi ha sconvolta.

Con il poeta romeno Benjamin Fondane e il filosofo russo Lev Šestov, ambedue ebrei, ambedue pensatori esistenzialisti durante i terribili anni 1920-1944, pensare diviene coraggio, audacia, l’audacia di diventare se stessi, una libertà, a volte una follia, nella traversata delle gole, degli abissi o dei deserti imposti dalla condizione umana di una vita singolare. Il motto del pensatore esistenzialista sarà: vivere, soffrire, a volte gemere, amare, odiare prima di comprendere.

Questi pensatori ci ricordano che la Terra Promessa non si trova, non si insegna: si cerca, perché ci rivela quel qualcosa di più profondamente umano che è parte di noi, trasportato dal desiderio dell’impossibile, condizione dell’Emigrante: colui che, contro ogni logica e senza alcuna garanzia, insiste nel dire “Ci andrò, ci andrò”.


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