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Il Dio immaginario e il Dio dell’altro

 

 

Di Michel Leconte

nato nell’aprile del 1949, si è diplomato alla Scuola di Psicologia Pratica in psicopatologia clinica. Di formazione psicanalitica, ha esercitato la professione nella Marina francese. Di origine cattolica, nel 1989 è entrato a far parte della Chiesa Riformata di Francia e della sua corrente liberale.

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

4 marzo 2018

Come possono coesistere in Dio l’amore infinito e il male necessario? Lo psicologo Michel Leconte ci propone di concentrarci sul concetto di conflitto di ambivalenza e di andare al di là delle nostre prove empiriche e delle nostre superstizioni per dare un nome migliore a Dio.

Se le disgrazie si abbattono su Giobbe è perché, come ogni Uomo, Giobbe è peccatore e Dio lo sta punendo: così gli dicono i suoi amici. Vecchia eterna solfa, sempre più inascoltabile nella nostra epoca.

L’Uomo è definito dalla sua condizione di peccatore e Dio è innocente del male che su di lui si abbatte, perché il male è concepito come giusta punizione da parte di Dio.

Fin quando Dio sarà rappresentato come un essere trascendente che sta al di sopra e all’esterno di noi, penso che non si potrà mai uscire da questo schema: o dobbiamo assolvere Dio, ma allora è l’Uomo ad essere malvagio, oppure Dio è malvagio o impotente, ma questa soluzione non risponde al nostro bisogno di protezione e di amore. È certo comprensibile che molti rifiutino questo tipo di credenza. La cosa più terribile è quando si afferma che Dio è amore, ma non lo si crede veramente. Questo succede quando ci si mette ad affermare “Dio ha bisogno del male che si abbatte su suo Figlio per perdonare i peccati degli Uomini”.

È lo stesso tipo di soluzione (il compromesso di ambivalenza nei confronti del padre) che Freud descrive, in particolare, per quanto riguarda la nevrosi ossessiva. Nel campo della religione il conflitto di ambivalenza consiste nel proiettare su Dio i sentimenti provati inconsciamente per il padre: spesso, nella nostra psiche, il Dio teista è un sostituto del padre, grandioso e idealizzato. L’ambivalenza è la coesistenza di atteggiamenti affettivi opposti nei confronti di un oggetto; nella maggior parte dei casi si tratta della coesistenza di amore e odio per una persona, nel nostro caso Dio. Dio è al tempo stesso amato e odiato: non possiamo fare a meno della sua protezione, ma siamo risentiti verso di lui perché ci lascia nella nostra condizione sofferente e mortale. Non poteva fare meglio, quando ci ha creati? È soprattutto in “Totem e tabù” (1913) che Freud elabora audacemente e ampiamente la sua concezione dell’ambivalenza, ponendo così la formazione della religione tradizionale sotto il segno del complesso paterno: la religione è edificata su questa ambivalenza che domina sul complesso paterno. Certamente l’ambivalenza del ragazzo non è rivolta solo al padre, ma conosce anche un’ostilità gelosa verso la madre, perché Dio è anche un luogo di proiezione dei sentimenti provati per la madre…

Ecco quindi la forzatura dottrinale destinata a conciliare questi sentimenti contrari: Dio ci ama infinitamente, perché ha sacrificato a nostro vantaggio il Figlio obbediente e sottomesso, ma è anche malvagio, perché ha bisogno del sacrificio di suo Figlio per perdonare agli Uomini i loro peccati. Ma un amore condizionato è un amore vero e autentico? Con questa dottrina si arriva ad affermare due cose contraddittorie al tempo stesso: è proprio questo il conflitto di ambivalenza. La voce dell’ostilità è coperta dalla smisuratezza dell’amore provato nei confronti di Dio, da cui i forti sensi di colpa che ne derivano, associati all’estrema importanza del Peccato nella dottrina cristiana tradizionale.

Nella dottrina sacrificale della croce, quella di Anselmo d’Aosta, Lutero e Calvino, è evidente, senza che ne siamo veramente consapevoli, che Dio e l’essere umano si amano e al tempo stesso si odiano. Dato che questa dottrina afferma che l’uomo Gesù ha un’essenza divina, essa in pratica rivendica la morte del Dio Figlio, perché è a causa delle nostre colpe che egli deve soffrire e morire. Noi proiettiamo e attribuiamo il nostro odio a Dio Padre, perché quest’ultimo esige che al nostro posto sia castigato un uomo, ma al tempo stesso un Dio: un semplice uomo non sarebbe bastato a vendicare l’infinito onore di Dio. Tale sostituzione (alquanto diabolica) sembra essere necessaria perché Dio possa perdonare il nostro peccato originale.

Inoltre, il Dio Figlio che muore a causa delle nostre colpe equivale a mettere a morte il Dio Padre, o perlomeno a toccarlo indirettamente attraverso la morte di suo Figlio. Attraverso questa dottrina nevrotica arriviamo a esprimere il nostro odio per Dio uccidendo suo Figlio e sopravvalutiamo in modo megalomane l’importanza del nostro peccato, in quanto non ci vuole meno che la morte di un Dio perché possiamo essere perdonati; inoltre, in questo modo mettiamo Dio al servizio degli Uomini perché possano, una volta perdonati, recuperare nell’aldilà la beatitudine originale, perduta a causa del peccato.

Voi mi direte che tutto questo è roba vecchia, vecchia teologia. Non ne sarei così sicuro! È ancora professata, con varie sfumature, in molte Chiese. Come è possibile che degli Uomini abbiano potuto inventare una simile dottrina, una dottrina che oltretutto è durata secoli?

Avrete già capito che mi è impossibile credere in un Dio personale che non fa altro che rispondere ai miei bisogni e compensare il male dell’aldilà. Questo per me sarebbe superstizione e “prendere i miei desideri per realtà”, è un rapporto con Dio che facilmente diventa patologico e alienante, perché qui Dio è concepito come un potente arbitrario e perverso che agisce in base ai suoi capricci, con gli Uomini alla mercé dei suoi decreti impenetrabili. Chi non tremerebbe di fronte a un simile Dio?

Allora mi chiederete: cos’è Dio? Dio è radicalmente diverso dall’Uomo, Dio è l’Altro, ma questa non è una vera risposta alla domanda. Cristo, però, mi permette di vedere il Dio invisibile. Cristo Gesù, per me, è il saggio e il profeta che, secondo l’immagine tracciata dai quattro vangeli, ha dato un viso umano al Dio nascosto del Primo Testamento; è l’uomo che ha saputo vivere in una sorprendente vicinanza con il suo Dio e parlarne in un modo a tutt’oggi ineguagliato. Gesù mi insegna che il Dio che anima la sua vita è dinamismo di amore e tenerezza. Gesù offre questo Dio, senza nessuna condizione, a tutti coloro che incontra e che gli danno fiducia, perché possano divenire esseri umani vivi, liberi da ogni alienazione. Gesù ha testimoniato del suo Dio fino al male subìto sulla croce, ma grazie al fatto che è “risorto” noi sappiamo ormai che Dio ci coglie proprio lì dove pensavamo che non potesse essere presente. Io rimango in silenzio e pieno di gratitudine di fronte a quella stupefacente vittoria sulla sofferenza e sulla morte che è la morte di Gesù. Dio, nel Figlio, ci raggiunge proprio lì, è con noi e assume il male su di sé.

Ciò che chiamo Dio è per me la realtà originaria e ultima del mondo, è la dimensione misteriosa che non soggiace alle nostre prove empiriche, alla nostra razionalità scientifica, che infonde profondità e senso ultimo alla nostra esistenza, che ci dona il coraggio di vivere a dispetto dell’assurdo, del male e della morte (Paul Tillich). Dio è la forza creativa che ci rapisce per trasformare il mondo e l’Uomo, che combatte in noi l’entropia e le forze mortali che ci impediscono di vivere nella pienezza, è la sorgente delle sorgenti, da cui sgorga il dinamismo che cresce in noi, che ci preserva dallo sprofondare nel cinismo, nell’odio per la vita, nella tristezza, nella disperazione. A monte della nostra vita, siamo preceduti da un dono originale che ci permette di vivere con la certezza che nessuno è colpevole di essere nato, che nessuno può essere escluso o condannato. Dio non è forse, come scrive Maurice Bellet, “il più umano degli Uomini, un punto di luce che precede ogni ragione e ogni follia, che nulla ha il potere di distruggere…”?


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