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Pregare per il mondo?

 

 

di Gilles Castelnau

 

traduzione di Giacomo Tessaro

 

28 ottobre 2014

Nelle preghiere di intercessione alla fine del culto (alla fine della messa ci sono invece le preghiere universali) ci deprimiamo come non mai e diciamo a Dio tutto ciò che va male. Gli chiediamo di volere una buona volta intervenire in tutti quelle questioni in cui, evidentemente, gli resta parecchio da fare: è chiaro che dipende da lui che i malati guariscano, che cessino le guerre iniziate da noi, che si scopra il vaccino che ci salverà dall'Ebola e dalle altre malattie, l'equa condivisione dell'acqua potabile nei paesi aridi e il cibo sufficiente per le popolazioni africane affamate. E ricominciamo domenica dopo domenica, fedelmente e pazientemente, perché abbiamo l'impressione che Dio non abbia fatto nemmeno un centesimo delle cose che potrebbe fare con tanta facilità nella sua potenza, che evidentemente rimane inattiva. Naturalmente non gli facciamo dei rimproveri diretti, ma è chiaro che, quando consideriamo tutto ciò che va male nel mondo, le nostre preghiere danno l'impressione di rivolgersi a un muro. Non vediamo mai il minimo progresso nel mondo, mai veniamo minimamente esauditi, Dio sembra non vedere affatto tutte le insufficienze del mondo, che tuttavia ci accecano. Gli parliamo come fossimo bambini piccoli dipendenti dai genitori, che evidentemente si aspettano tutto dalla loro benevolenza. Le nostre preghiere di intercessione/universali sembrano rivolgersi a un “Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra” che potrebbe fare tanto e fa così poco, che potrebbe vedere tutto e fa così fatica a guardare, al quale bisogna ricordare in continuazione ciò di cui abbiamo urgente bisogno.

Dio è in noi, la sua presenza agisce attraverso di noi. È più di noi ma non agisce senza di noi. I teologi dicono che egli è lo Spirito Santo: il Soffio che si mischia al nostro soffio perché i nostri polmoni si gonfino della forza e del coraggio che Dio crea in noi, per affrontare le forze malefiche che distruggono la speranza e la vita, perché le parole che noi pronunciamo siano portatrici del dinamismo divino e della sua creatività. Dio è anche come il Fondamento divino nel quale siamo radicati, come le piante nel terreno che le nutre. Dio è il creatore e il garante della vita che anima noi come tutti gli uomini, ciascuno secondo la sua natura e la sua cultura, tutti gli animali e le piante. Forse anche i minerali, chi lo sa? Egli è la Parola che si esprime in noi mescolandosi alle nostre parole, rimanendo sempre in incognito. Che ne siamo coscienti o meno, di nascosto, egli riorienta la nostra mente in una direzione positiva, ci suggerisce cosa possiamo pensare e dire nelle varie circostanze della vita. Egli fa sorgere in noi pensieri di pace e fraternità quando l'amarezza e l'aggressività ci debordano dal cuore, attitudini creative per immaginare e mettere in opera, al nostro livello e nel nostro ambiente, con gli altri uomini di buona volontà, i movimenti innovativi di un mondo migliore qui, ora e per l'avvenire.

Non possiamo vedere Dio, lo sappiamo tutti. Ma non possiamo nemmeno sentirlo e non possiamo decidere che la nostra parola è la sua Parola. È a posteriori che possiamo riconoscere che era proprio Lui. Quando uno slancio fraterno ci ha aperto a un prossimo, c'era Lui nelle parole che abbiamo pronunciato e nei gesti che abbiamo compiuto. Quando, malgrado tutto ciò che ci aspettava, siamo riusciti ad alzarci e a percorrere un cammino oscuro, è la sua forza che ha rafforzato la nostra. Quando abbiamo trovato la parola giusta e il sorriso amichevole per il male di vivere del nostro prossimo, è Lui che l'ha soffiato in noi. Quando i medici hanno trovato le terapie che ormai migliorano di molto il trattamento dei bambini leucemici, del cancro, dell'AIDS e di molte altre malattie egualmente terribili, è Lui che ha posto in essi la tenacia e l'intelligenza per farcela. Quando i tecnici hanno concepito la risonanza magnetica, lo scanner, il doppler e gli altri strumenti medici che contribuiscono ad aumentare considerevolmente la nostra speranza di vita, è Lui che ha suggerito loro la padronanza della loro scienza. Quando gli uomini politici concepiscono le leggi che proteggono i più deboli, come il reddito di solidarietà attiva, lo stop alle espulsioni in inverno, le cure gratuite negli ospedali, quando si alleano con i responsabili di altri paesi per tentare di limitare le catastrofi finanziarie in Grecia o altrove, le violenze di Boko Haram o le minacce di Putin, è Dio che unisce, per quanto è possibile, il suo Spirito di amore universale allo spirito degli uomini di buona volontà.

Ecco perché è ingiusto e incongruo pretendere di suggerire a Dio, nelle nostre preghiere, che farebbe bene a occuparsi di più dei punti che ci paiono urgenti e di fargli pensare che facciamo di lui il solo responsabile del male e delle sofferenze del nostro mondo; ci risponderebbe, a giusto titolo, che noi non dobbiamo attribuirgli compiti e responsabilità che spettano a noi e di cui, del resto, egli ci ha reso in grado di occuparci. La preghiera perciò rinuncia alla sua frotta di richieste e si fa piuttosto meditazione, un atteggiamento di calma, suscitato magari da una lettura biblica, nel quale prendiamo coscienza della forza di vita cosmica che ci anima, ci rende partecipi a tutte le altre vite del mondo, vicine e lontane, e rinnova nei nostri cuori l'amore e la creatività dinamica che Gesù Cristo ci ha fatto conoscere. È volontà di Dio che ciascuno, come dice il profeta, possa “mang[iare] il frutto della sua vite e del suo fico, e ber[e] l'acqua della sua cistern


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