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Fine e inizio

 

Di André Gounelle


pastore, professore onorario all’Istituto protestante di teologia di Montpellier,
è autore di numerosi libri e collaboratore di Évangile et Liberté da 50 anni

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

4 gennaio 2018

L’uomo è “proteso verso la morte”, come afferma Heidegger, corre verso la sua fine, la fine della sua persona e quella della sua nazione, della sua civiltà, dei suoi simili, della sua terra. Morirà, il suo mondo scomparirà, e lui lo sa. Il futuro ha il profilo sinistro della distruzione e dell’annientamento.

Per Hannah Arendt, vicina e al tempo stesso molto lontana da Heidegger, l’uomo è caratterizzato dal mettere al mondo: non si accontenta di riprodursi ma genera sempre di nuovo, introduce sempre un nuovo inizio. “Un bambino ci è nato”: questa frase del profeta Isaia (che sorprendentemente la filosofa ebrea attribuisce ai vangeli) ci dice che il futuro ha anche il viso ridente di una promessa e di una speranza.

“Ho messo di fronte a te la vita e la morte. Scegli la vita.” Questa ingiunzione di Mosè è spaventosa: come possiamo essere sicuri, quando scegliamo un mestiere, quando ci sposiamo, quando votiamo etc. che la nostra decisione vada nella direzione della vita? Che cosa va verso la morte, e che cosa va verso la generazione? Le fini e gli inizi si intrecciano inestricabilmente e la “buona scelta” non si lascia discernere con facilità.

L’Evangelo placa le nostre angosce annunciandoci che Dio ha preso la decisione di scegliere per noi la vita. Anche quando noi optiamo per la morte (moltiplicando le croci), egli partorisce la vita (resuscitando, dando vita a nuove esistenze). La fede non è ingombra di promesse e risoluzioni, come la fine dell’anno. La fede è fiducia in colui che controlla, parafrasando il salmista, gli arrivi e le partenze.


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