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L'amore del cristiano nel mondo

 

Efesini 5:15-21, Romani 14:17-19, Marco 12:28-34, Salmo 119:169-176

 

Giacomo Tessaro

 

 

18 ottobre 2014

Sorelle e fratelli

certamente tutti noi abbiamo degli amici o dei parenti che non appartengono al novero dei credenti in Cristo, persone che non hanno fede e non conoscono le nostre usanze, non sanno cosa vuol dire essere creature nuove in Cristo, o possono essere cristiani superficiali, per pura tradizione, oserei dire, etnica: si considerano cristiani semplicemente perché sono italiani. Forse a volte possono guardarci con stupore o diffidenza venendo a contatto con gli atteggiamenti tipici dei cristiani nei loro rapporti tra di loro, nel momento del culto e nei momenti di convivialità; o perlomeno, si spera che tutti i cristiani si comportino come vorrebbe l'Apostolo Paolo nei versetti che abbiamo letto! Mi riferisco ai rapporti con le sorelle e i fratelli in fede che devono essere il segno distintivo dei cristiani di fronte a chi fede non ha, atteggiamenti che possono toccare il cuore di chi cerca un'alternativa a ciò che il mondo ha da offrire, di chi sente che il mondo così come si presenta, la sua vita fatta di obblighi e superficialità non sono l'ultima parola sulla realtà, che si possono avere rapporti più veri e soddisfacenti con il prossimo e con Dio, che possiamo esprimere la nostra piena umanità. Uno stile cristiano di vita e di rapporti con il prossimo, anche se praticato da un piccolo nucleo di persone, può incidere sull'ambiente circostante.

 

I comandamenti più grandi

Prima di tutto consideriamo ciò che, per Gesù, è la condizione essenziale non sono per essere suoi discepoli, ma per essere pienamente umani: i due comandamenti che non solo riassumono la legge giudaica, ma che la superano, nella visione del discepolato cristiano: “Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l'unico Signore. Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua”; questi versetti li troviamo del Deuteronomio e fanno parte della Legge che Dio dona al popolo d'Israele. Da millenni questi versetti orientano l'atteggiamento che gli Israeliti hanno verso Dio e Gesù, in consonanza con la sua tradizione, li riprende e li propone ai suoi seguaci, a chi vuole avere un rapporto corretto con il Padre, che si risolve nell'amare incondizionatamente questo Padre che per amore ci ha creati. Ma amare Dio non basta, secondo Gesù, e forse è anche troppo facile: noi viviamo in mezzo a sorelle e fratelli e, per testimoniare loro dell'amore che coltiviamo per il nostro Creatore, il modo migliore è amare anche le persone con cui veniamo a contatto: “Ama il tuo prossimo come te stesso; Non c'è nessun altro comandamento maggiore di questi”. È molto importante comportarsi da saggi, non agire con leggerezza, capire quale sia la volontà del Signore, non ubriacarsi e in generale i molti consigli che Paolo dissemina nelle sue lettere, ma Gesù vuole mettere in chiaro, attraverso le sue parole e i suoi gesti che troviamo nei vangeli, che l'amore per Chi ci ha creati e per chi condivide con noi la figliolanza con il Dio d'amore, per dirla con lo scriba del nostro passo, “è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici”. Qui ci troviamo nel cuore dell'Evangelo. Altre religioni, altri sistemi di pensiero e di vita hanno il loro centro altrove: scopo della filosofia è, in generale, trovare il fondamento razionale e comprensibile della realtà; il giudaismo è centrato sullo studio e l'osservanza della Legge del Sinai e dei suoi precetti; l'Islam ha come scopo la sottomissione a un Dio totalmente indipendente dal mondo e dall'uomo; vi sono religioni, come lo zoroastrismo e, in gran parte, lo stesso giudaismo, che sono come delle grandi famiglie allargate e si basano sulla discendenza di sangue; la dottrina di Gesù ha come segno distintivo l'amore, questa parola e questo concetto tanto abusato e ridicolizzato, che va invece ben compreso e, oserei dire, studiato nei vangeli per estrarne l'essenza e viverlo pienamente, nella comunità cristiana e oltre, ovunque il Signore ci mandi a vivere e lavorare, con qualunque persona lui ci metta in contatto.

 


La tua legge è la mia gioia

“Giunga il mio grido fino a te, SIGNORE; dammi intelligenza secondo la tua parola […] Io bramo la tua salvezza, SIGNORE, e la tua legge è la mia gioia” dice il Salmo 119, il Salmo che esprime la gioia, l'impegno e anche la fatica e lo scoramento del credente di fronte alla Legge di Mosè; Gesù, nel suo nuovo patto, vuole che la Legge si compendi in questo doppio impegno che è anche una gioia, amare Dio e il prossimo, perché più nessuno si senta inadeguato nella sua osservanza, perché fatica e scoramento si risolvano nella letizia che anima il credente che ama con il cuore. A che cosa porta questa atteggiamento ce lo dice Paolo nella Lettera agli Efesini: una vita saggia, spesa nel cercare la volontà di Dio, nel ringraziarlo, nel sottomettersi, ma non ad una autorità umana che si pone al di sopra dei fratelli e delle sorelle con la libertà, forse, di abusare di loro: i credenti rigenerati in Cristo si sottomettono gli uni agli altri, a seconda dei tempi, dell'opportunità, dei vari carismi e competenze distribuiti dallo Spirito a ciascuna comunità. I seguaci di Cristo, questo ci dice Paolo rifacendosi all'insegnamento di Gesù stesso, si servono gli uni gli altri sotto l'unica autorità di Gesù Cristo. Qui troviamo una grossa differenza con il mondo circostante, con i nostri luoghi di lavoro, spesso basati sul potere e sulla gerarchia. Tutt'altro è il potere che Dio in Gesù Cristo esercita sulla sua comunità, tanto da non ispirare paura, rancore o diffidenza, ma che anzi invita a cantare e salmeggiare con tutto il cuore, come la Chiesa fa da secoli, basti pensare alla produzione di canti e inni che spiegano e divulgano il messaggio cristiano, una produzione particolarmente imponente nell'ultimo secolo, e alla diffusione di questa musica cristiana attraverso i nuovi canali di comunicazione; la nostra stessa Chiesa valdese è spesso definita una “Chiesa che canta”!

 

Ringraziamo continuamente!

Un'altra caratteristica del cristiano che Paolo mette in luce è la gratitudine: “ringraziando continuamente per ogni cosa Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo”. Le persone del mondo, che non hanno conosciuto Cristo o che sono così immerse nella vita del mondo da non accorgersi che esiste una dimensione superiore, molto spesso non conoscono la gratitudine e credono di raggiungere i loro obiettivi unicamente con le loro forze; il cristiano e la cristiana sanno che tutto ciò che hanno e hanno ottenuto lo devono a Dio, a partire dalla fede fino ai loro carismi, per arrivare alla comunità che li nutre spiritualmente. Tutto viene donato in Cristo a chi è divenuto una creatura nuova nel suo nome e ha preso ad amare Dio con tutto il proprio essere e il prossimo come se stesso. Dall'amore discendono la saggezza, la gioia, la gratitudine e il timore di Dio, tutti gli ingredienti per la perfetta comunità cristiana che siamo chiamati anche noi ad essere qui a Vintebbio: facciamo tesoro e meditiamo su queste esortazioni.

Amen


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