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Iachim e Boaz

(2 Cronache 3:17 e 1 Re 7:21)

 

 

Di Louis Pernot

Louis Pernot è pastore della Chiesa Protestante Unita di Francia a Parigi e insegna all’Istituto Protestante di Teologia (facoltà di Parigi)

 


 

Traduzione di Giacomo Tessaro

29 settembre 2017

L’architettura del Tempio di Gerusalemme esibiva tutta una simbologia teologica. Louis Pernot ci spiega la presenza delle due colonne tra terra e cielo.

Nel racconto della costruzione del Tempio di Gerusalemme da parte di Salomone ci viene detto che il re fece costruire due colonne di fronte al Tempio: quella di destra si chiamava Iachim e quella di sinistra Boaz. Sembra che queste due colonne non sorreggessero nessun soffitto e che fossero drizzate verso il cielo come obelischi. Ci si interroga ancora oggi circa la loro funzione e utilità.

Per comprendere meglio bisogna ricordare che il Tempio, nella Bibbia, è il simbolo della nostra relazione con Dio, la Terra rappresenta la materia e il Cielo lo spirito. Le colonne di fronte al Tempio erano il legame tra il Cielo e la Terra e invitavano a ponderare la natura del legame tra l’ambito materiale e quello spirituale, ancora prima di prendere in esame la nostra relazione con Dio. Collegare la Terra con il Cielo è indispensabile nella nostra vita. Nella nostra esistenza è necessaria una parte che si eleva verso lo spirito, in modo da saper accogliere quanto viene da Dio; è questa la sorgente della vita, come viene illustrata dalla celebre scala di Giacobbe (Genesi 28:12). Ma le colonne hanno anche un altro ruolo, che può sembrare un po’ paradossale, vale a dire quello di mantenere l’ambito spirituale a una certa distanza, come a impedire che il Cielo si schianti sulla Terra, cosa essenziale per non esporsi a gravi pericoli.

Uno di questi è l’abbandono della dimensione terrestre nella convinzione che lo spirito debba eliminare ogni traccia di vita materiale o umana; un altro consiste nello scoraggiamento di fronte a un ideale che non lascia più spazio per vivere e che si preferisce lasciare da parte, abbandonando ogni desiderio di elevazione. In ambedue i casi la nostra vita perde una dimensione e si appiattisce in uno spiritualismo sterile o, al contrario, nel materialismo più assurdo e disperato. Un altro pericolo è quello di credere in un accesso troppo facile e diretto al Cielo, come fanno certi spiritualisti che mischiano tutto e credono di trovare Dio nella primavera, o pensano che ogni gesto d’amore sia una preghiera, ogni sorriso una lode a Dio… Non che questo sia in sé falso, ma sarebbe pericoloso fermarsi qui. Perché Dio possa essere un principio attivo nella nostra esistenza, non va ridotto a cose di questo tipo ma restare per noi un Totalmente Altro, una dimensione eterogenea, una trascendenza che possa agire nella nostra vita e trasformarla.

È essenziale mantenere una certa distanza tra il Cielo e la Terra, una tensione tra Dio, l’infinito, e il mondo finito, tra il creatore e la creatura. Solo la tensione tra questi due poli è feconda. Per noi cristiani esiste uno scarto considerevole tra l’ideale e la realtà: amare, perdonare, servire, “essere perfetti come perfetto è il Padre nostro celeste” è di per sé impossibile, ma questa distanza non ci condanna, perché abbiamo la promessa della Grazia. La predicazione di Cristo sarebbe irricevibile senza la Grazia; poiché sappiamo che Dio ci ama e ci riceve sempre, possiamo vivere nella libertà e nella gioia e senza timore, perché abbiamo un ideale che ci eleva senza schiacciarci. La Grazia è quando siamo tutti accolti nel Tempio, ma perché sia efficace dobbiamo per prima cosa passare in mezzo alle colonne, che ci rammentano la grandiosità di Dio. Oltretutto, sappiamo che la prima colonna si chiamava Iachim, che vuol dire “Egli ha stabilito”, mentre la seconda si chiamava Boaz, che vuol dire “La forza”. Abbiamo bisogno di tutt’e due per avere una relazione solida e feconda con Dio: un solido fondamento per non andare alla deriva e una forza interna sufficiente per non piegarsi. Dio può donarci queste due qualità: la prima la otteniamo da Cristo, che è il nostro fondamento, la roccia solida; la seconda, la forza, ci viene anch’essa da Dio, che può donare costanza e struttura alla nostra vita.

È così, con una base solida, con forza e costanza che siamo chiamati a vivere, nel dinamismo della differenza di potenziale tra Dio e la nostra esistenza terrestre.


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