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Avete detto « inclusività » ?

 

Di Émeline Daudé

Émeline Daudé è ingegnere informatico,
responsabile di progetti di ricerca e innovazione e studentessa di teologia a Parigi e Ginevra.
Da molti anni si impegna nei movimenti inclusivi per l’uguaglianza dei diritti,
come quelli femministi e LGBT

Tratto da Évangile et Liberté, settembre 2017

 

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

16 settembre 2017

Visto da fuori

« Cerchiamo un passaggio in macchina per permettere a Audrey, che è sulla sedia a rotelle, di venire al culto. » Le Chiese e le parrocchie si sforzano di accogliere qualsiasi persona che si presenti alla loro porta. In nome dell’amore incondizionato di Dio auspicano e proclamano l’accoglienza incondizionata e scevra da giudizi sulla fede e sul cammino di chi si avvicina.

.

 

Molto spesso le varie Chiese incarnano due atteggiamenti per risolvere il rapporto tra chi già ne fa parte e i nuovi venuti. Alcune optano, spesso in maniera inconscia e senza esplicitarlo, per il principio di esclusione: ogni persona che non corrisponde alla norma viene esclusa. Altre scelgono il modello dell’integrazione, che consiste nella richiesta di fondersi nella norma, cancellando le differenze. L’inclusività propone un altro modello: essa consiste nel rifiuto sistematico di ogni discriminazione e nel puntare sull’accoglienza e sulla volontà di permettere a ciascuno di trovare il suo posto nella comunità. L’inclusività scommette sulla diversità come ricchezza per la comunità e sul fatto che l’unità sia possibile nel rispetto di questa diversità. È un atteggiamento che invita alla condivisione delle specificità di ciascuno, al di là della classe sociale, della cultura, dell’orientamento sessuale, della condizione fisica e mentale. L’accoglienza inclusiva riconosce le difficoltà legate all’opera di unità. Non basta dire “noi accogliamo tutti” perché questo divenga una realtà. L’inclusività sottintende la necessità di una riflessione attiva sull’accoglienza e sottolinea le difficoltà pratiche e teoriche dell’accoglienza senza discriminazioni.

 

Un atteggiamento individuale e di gruppo

« D’ora in avanti, alla Santa Cena offriremo un calice di vino e uno di succo d’uva. » L’inclusività è un atteggiamento individuale e comunitario al tempo stesso, che serve a meglio accogliere l’altro pur rispettando le sue specificità. Ogni caso specifico richiede un lavoro particolare. La prima tappa consiste nel prendere coscienza del fatto che una parrocchia può escludere un gruppo particolare, magari involontariamente. Questo permette di dare il via a un incontro dell’altro per meglio comprendere il suo vissuto. Prima di tutto bisogna ascoltare le persone interessate, perché sono loro a poter raccontare nel modo migliore la loro esperienza; in seguito, è necessario che la maggioranza accetti di uscire dal suo guscio e cambiare le sue abitudini, per non mettere più in difficoltà quel gruppo specifico e poterlo così accogliere nel rispetto. In questo processo, tanto il gruppo maggioritario che quello minoritario possono essere trasformati dallo scambio.

 

Accettare il disagio

“Philippe è venuto al pranzo di Natale della parrocchia con suo marito. È stato accolto da una donna che gli ha chiesto se fosse venuto con sua moglie. Di fronte a questa domanda posta in modo innocente, i sentimenti di Philippe cambiano: si sente a disagio e isolato.” L’atteggiamento inclusivo richiede di riflettere sui meccanismi di potere e normalizzazione in atto nella società in generale e nelle parrocchie in particolare. Quali sono le regole e le usanze, magari attuate inconsciamente, del gruppo maggioritario? Ci sono persone che restano escluse da queste prassi? Quali sono i cambiamenti che potrebbero destabilizzare queste prassi, e come metterli in atto? Ogni situazione fa caso a sé e richiede aggiustamenti specifici da parte delle organizzazioni, ma anche degli individui. Questo disagio e questa instabilità possono generare la paura, una reazione naturale di protezione di fronte a una situazione sconosciuta: si tratta allora di incoraggiare l’espressione di questo sentimento, per poterlo poi superare. La Chiesa è un luogo particolarmente adatto per quest’opera, perché è in grado di integrare il tutto in una pratica spirituale che consiste nel riconoscere i propri limiti e mancanze e accettarli quando si presentano nell’altro, proprio per fare comunità.

 

Un atteggiamento di rivendicazione

“Durante i culti e durante ogni attività dedicata agli adulti, vengono organizzate delle attività per bambini. Ogni bambino è libero di scegliere dove desidera andare. Non esitate a chiedere informazioni.” Sempre più parrocchie si definiscono inclusive. L’inclusività può assumere diverse forme, come il suo annuncio esplicito, il linguaggio che indica, accanto al maschile, anche il femminile, la menzione di attività mirate (o l’apertura) a un gruppo specifico. È una rivendicazione coerente con l’accoglienza inclusiva. Lo scopo finale consiste nel fare in modo che ogni persona si senta sicura negli spazi comuni, pubblici o chiesastici, senza alcun timore di non essere accettata. In questo modo, sentir dire “Qui sarete accettati così come siete” permette di bussare senza paura a quella porta.


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