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Buona e cattiva coscienza

 

 

Di André Gounelle

pastore, professore onorario all’Istituto protestante di teologia di Montpellier, è autore di numerosi libri e collaboratore di Évangile et Liberté da 50 anni

 

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

26 marzo 2017

Hannah Arendt ha scritto che solo le “persone buone” hanno la capacità di avere una cattiva coscienza; esse hanno delle preoccupazioni e delle esigenze morali che le conducono a valutarsi e misurare il divario tra ciò che sono e ciò che dovrebbero essere. Invece, le “persone veramente cattive” hanno generalmente una “buona coscienza”; non si pongono interrogativi o dubbi su se stesse, sono soddisfatte di se stesse. Lungi dall’accusarle, la loro coscienza le conforta.

La priorità dell’uomo politico (è il suo destino, a cui non vedo come potrebbe sfuggire, soprattutto alla vigilia delle elezioni!) è l’immagine che dà di sé, egli è in evoluzione su un palcoscenico dove interpreta un ruolo, incarna un personaggio. La spiritualità o “l’anima”, al contrario, si forgia in ciò che Arendt chiama “il dialogo silenzioso tra me e me stessa”, che al cristiano evoca il “segreto” di cui parla Gesù a proposito della preghiera, il momento in cui si è di fronte a Dio.

Cattiva coscienza etica che esamina se stessa per riconoscere i suoi difetti e le sue insufficienze; buona coscienza del politico che osserva gli altri per affermare la sua giustizia e giustificarsi di fronte a loro. Sarebbe catastrofico se l’afflato etico rendesse incapaci di azioni pubbliche, o se le azioni pubbliche soffocassero l’afflato etico; sarebbe però buona cosa se la cattiva coscienza etica intervenisse a scuotere e disturbare la buona coscienza politica, così sicura di se stessa.


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