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Una benedizione

pastorale condivisa

 


Werner Burki


pastore della Chiesa Protestante Unita di Francia
e cappellano del gruppo degli artisti protestanti di Marsiglia-Provenza

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

7 marzo 2017

Due miei amici, che condividono la vita da lunghi anni, mi invitano al loro matrimonio in Comune e accetto con gioia. Qualche settimana prima della cerimonia uno di loro mi dice: “Vorresti pronunciare una benedizione?”. Breve attimo di turbamento seguito da una risposta positiva: sono fiero di appartenere a una Chiesa che ha appena aperto le braccia alle coppie che si amano.

Il giorno fatidico ci sono numerosi invitati, l’atmosfera è rilassata di fronte all’ufficiale di stato civile. Il pranzo è previsto al ristorante e la coppia ha promesso una “sorpresa”… Tutti sono riuniti all’ora stabilita. Ho preparato la bibbia che viene tradizionalmente offerta in ogni occasione importante di un cammino di fede. Ho infilato la toga. Il DJ fa risuonare lo Hallelujah di Jeff Buckley. C’è un’atmosfera di raccoglimento.

Risuonano le parole d’accoglienza e la lettura biblica, subito seguita dalla dichiarazione d’amore espressa dalla coppia di fronte all’assemblea, che rimane in piedi. La preghiera è tratta dalle parole del cantico “Tu che ami coloro che si amano, poiché tu sei l’amore, nelle nostre vite come una poesia, fa’ cantare l’amore”. Sì, queste parole sono pronunciate in spirito di coerenza e con la volontà di dire il bene, ovvero di benedire. È giusto ricordarsi di essere sempre una benedizione gli uni per gli altri, così pongo le mani sulle spalle dei due sposi e chiedo ai testimoni di posare anch’essi le mani sulle loro spalle e sulle mie. Propongo a tutti gli invitati di posare la mano sulla spalla della persona che si trova di fronte. Tutti si prestano a questa catena gioiosa. Un soffio fragile si fa presente in questo luogo, divenuto in questo istante una casa di Dio per tutti.

Riapriamo il “Diario di un curato di campagna” di George Bernanos. Il curato è stanco, ha ricevuto la visita del suo vescovo, che sta per congedarsi da lui: è allora che gli chiede, umilmente, di benedirlo. Il vescovo rifiuta capovolgendo la richiesta del curato: no, sei tu ad essere in pena, sei tu che devi benedire me! Questa frase, che fa piazza pulita delle buone usanze per andare all’essenziale dell’essere umano, mi ha sempre colpito. Sì, più che mai dobbiamo imparare con convinzione a essere sempre una benedizione gli uni per gli altri. Dobbiamo imparare a crescere attraverso la grazia e approvare la gioia di amare.


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