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La bontà precaria dell’uomo

 


Gilles Bourquin

Nato nel 1966, sposato e padre di due figli giovani, Gilles Bourquin studia teologia protestante a Neuchâtel
e si dedica per una quindicina d’anni al ministero pastorale.
Autore di una tesi di dottorato sulla teologia della spiritualità,
è dal 2013 redattore responsabile della rivista svizzera « La vie protestante »

 

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

22 febbraio 2017

Se affermiamo che l’essere umano ha in sé il marchio della bontà, dobbiamo però anche ammettere che si lascia facilmente stornare dal bene, al punto da divenire talvolta disumano. I vangeli descrivono così questa situazione instabile: “Lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Marco 14:38). Un diavolo non ha bisogno di essere tentato, perché è malvagio per natura: ma la situazione dell’uomo è diversa. Non è un diavolo, ma non è nemmeno un angelo. Nel suo essere scorgiamo come una “divisione” tra le sue aspirazioni ideali e il peso della realtà. Dovremmo tuttavia evitare di leggere queste espressioni in maniera troppo dualista, come ha fatto il cristianesimo antico sotto l’influsso del platonismo. Non è possibile separare la parte buona dell’uomo, l’anima spirituale, dalla parte malvagia, il corpo carnale, in quanto queste due dimensioni risultano unite nella maggior parte delle esperienze umane.

L’uomo è buono? Questa domanda in apparenza semplice nasconde uno dei problemi più ardui del pensiero occidentale. La affronteremo sotto tre punti di vista: prima considereremo la bontà dell’uomo come un dono, un tratto naturale, poi come una libera scelta e, infine, come un’opportunità che si offre in determinate occasioni.

La bontà e la tenerezza

Se osserviamo la delicatezza con la quale una bambina si prende cura della sua bambola, ci viene da pensare che ciò che favorisce la vita è sinonimo di bontà. Nell’atto stesso di vegliare alla sopravvivenza propria e a quella dei suoi cari, l’uomo partecipa della bontà dello slancio vitale. La bontà, perciò, precede e nutre le intenzioni dell’uomo, è inscritta nella sua natura. Secondo questo approccio, che la teologia cristiana chiama “creaturale”, la bontà sta su un piano universale, che comprende sia il campo materiale che quello spirituale: “Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono” (Genesi 1:31).

L’affermazione secondo la quale l’uomo è buono, tuttavia, è spesso contraddetta dai fatti. Il realismo del giornalista turba il filosofo umanista benpensante. Per spiegare l’origine del male, la teologia è quindi costretta ad aggiungere una piccola nota a margine, che tende in realtà ad assumere dimensioni abnormi. Questa correzione occupa i capitoli 2 e 3 di Genesi. Siccome l’evocazione del problema del male (il racconto di Adamo ed Eva) viene dopo il dono del bene (capitolo 1), qualcuno ha tirato conclusioni cronologiche aberranti, secondo le quali, prima della “caduta” del mondo, sarebbe esistita un’età d’oro paradisiaca. Secondo me è invece pertinente dedurne che la tradizione giudaico-cristiana accordi alla bontà una priorità sul male e che la ritenga più profondamente costitutiva dell’uomo, rifiutando così ogni simmetria tra il bene e il male.

Variazioni malinconiche

I teologi sono molto divisi sul problema dell’impatto degli atti liberi sulla natura umana. La corrente platonica, che va da Agostino a Lutero per finire a Barth, tende a sostenere che il peccato ha profondamente rovinato la natura virtuosa dell’uomo. Come le bestie, la specie umana sarebbe preda dell’egoismo, della competizione e della gelosia nutrita dall’orgoglio. La corrente aristotelica, che va da Tommaso d’Aquino a Calvino fino a Tillich e ai teologi liberali, più sfumata, vuole che i difetti dell’uomo non corrompano interamente la sua natura, che è impregnata di bontà, tutt’al più la rendono più fragile.

Da quasi due secoli la biologia evoluzionistica apporta nuovi elementi alla discussione, scollegando in modo radicale lo slancio vitale, mantenuto dalla selezione naturale dei più adatti, dal concetto etico di bontà. Per natura gli esseri umani sono sottomessi a delle esigenze biologiche che relativizzano la loro possibilità di essere buoni. Il bisogno egoista di assicurare la propria sopravvivenza ha la meglio sullo slancio altruista, che del resto potrebbe essere anch’esso il risultato di un calcolo genetico. Secondo la sociobiologia, gli esseri umani manifestano spontaneamente bontà verso i loro simili quando questo atteggiamento favorisce la sopravvivenza dei loro geni. Così concepita, la bontà non è più l’espressione di un dono divino, bensì di un interesse innato. La scienza sembra dunque dare credito a una visione disincantata dell’uomo, che rafforza l’opinione secondo la quale gli esseri umani non danno mai prova di pura bontà.

Addomesticare la propria natura

“La natura umana non è altro che un pretesto!” avrebbe senza dubbio risposto Gesù a tutti questi specialisti di umanità. L’Evangelo fa della bontà una scelta personale e volontaria! Al paralitico Cristo comanda “Alzati e cammina!”, invitandolo a trasgredire i limiti che gli impone la sua natura. È una rivoluzione che affranca il comportamento umano dai retaggi biologici e culturali. Secondo questo punto di vista non possiamo più rispondere in maniera generale alla domanda “L’uomo è buono?”, in quanto gli orientamenti etici sono diversi da individuo a individuo: alcuni si votano al prossimo mentre altri si ingegnano a sfruttarlo. “L'uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone; e l'uomo malvagio dal suo malvagio tesoro trae cose malvagie” dice il vangelo (Matteo 12:35).

È necessario tuttavia introdurre delle sfumature, in quanto questa promessa di liberazione dalle costrizioni della nostra natura può trasformarsi rapidamente in un ideale irraggiungibile di bontà, psicologicamente avvertito dall’individuo come scoraggiante e foriero di sensi di colpa. Il nostro progresso spirituale si compie sia accettando i nostri limiti che tentando di superarli. In fin dei conti, la natura e la libertà sono due aspetti della vita che non si oppongono, ma si influenzano l’un l’altra. La personalità umana non è fissata una volta per sempre, è una pasta resistente che si lascia trasformare lentamente dalla perseveranza a fare il bene.

Il gioco delle circostanze

Infine, è possibile che né la natura né la libera scelta bastino a essere buoni. Nella vita sociale e politica l’intenzione di essere buoni deve aprirsi un sentiero in direzione di atti concreti. L’ambiente umano assomiglia talvolta a un labirinto disseminato di trappole che limitano fortemente l’esercizio della bontà; così il burocrate, e perfino l’uomo di Chiesa, passano tranquillamente davanti al barbone, abituato a non sentirsi in grado di badare ai propri bisogni. Dovremmo chiederci se la bontà che risiede nel cuore e non perviene ad alcun atto concreto sia una bontà sufficiente agli occhi di Dio.

Ci sono anche dei casi in cui il ruolo sociale impedisce completamente la bontà: il poliziotto impegnato a neutralizzare una cellula terroristica avrà pochissimo agio di esercitare la bontà nei confronti degli aggressori; la protezione delle vittime suppone l’eliminazione degli assassini. Questioni di tal genere si pongono costantemente nello scenario geopolitico: quante quote di migranti siamo in grado di accogliere senza destabilizzare le nostre società? Dobbiamo rafforzare l’armamento della NATO nelle zone militarmente instabili? Ogni volta che sono implicati degli esseri umani, l’esercizio della bontà passa attraverso l’elaborazione di strategie discutibili nelle loro motivazioni reali e nel grado di efficacia.

Epilogo

L’uomo è buono? Abbiamo mostrato quanto sia impossibile rispondere in maniera univoca a questa domanda. La valutazione della bontà dell’uomo si perde in un nugolo di criteri e di fattori. È un risultato che non deve sorprenderci: valutare la bontà di qualcuno significa emettere un giudizio nei suoi confronti, ma l’Evangelo ci richiede di astenerci dal giudicare, nell’attesa del giorno in cui ciò che è nascosto verrà rivelato.

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