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La parabola dei talenti

Matteo 25:14-30


Di Louis Pernot

Louis Pernot è pastore della Chiesa Protestante Unita di Francia a Parigi
e insegna all’Istituto Protestante di Teologia (facoltà di Parigi)

 

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

 

18 febbraio 2017

La parabola dei talenti è una delle grandi parabole di Gesù. È molto complessa e permette un ventaglio di interpretazioni tra loro diverse e complementari. Del resto, è proprio questa una delle funzioni delle parabole: farsi porre buone domande per farci avanzare nella nostra fede.

Questa parabola è conosciutissima e ha fornito alla lingua italiana la parola “talento” per designare un campo nel quale uno è dotato. In origine questa parola indicava un determinato quantitativo d’argento che rappresentava una somma piuttosto considerevole, più o meno 15.000 euro.

L’interpretazione più comune è che noi abbiamo il dovere di sviluppare i nostri talenti, ma è un’interpretazione molto discutibile: è giusto per i talenti utili, ma chi ha il talento della dissimulazione, della manipolazione, della malvagità e simili, è bene sperare che non li sviluppi. Non tutti i talenti sono buoni e utili e questa lettura, così comune, è certamente falsa.

Una particolarità che appare alla prima lettura è che i servi non ricevono lo stesso numero di talenti. È così nella vita reale, dove non esiste l’uguaglianza: alcuni hanno più fortuna o hanno ricevuto di più in partenza; non è questo il punto, ciò che conta è cosa ne facciamo. Eppure è notevole come i due buoni servi siano trattati esattamente alla stessa maniera. A quello che ha guadagnato cinque talenti e a quello che ne ha guadagnati solo due viene detta la stessa cosa: “Va bene, servo buono e fedele, sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore”. Ecco qui un insegnamento essenziale: Dio non giudica il risultato assoluto, bensì quello che facciamo a partire da quanto abbiamo ricevuto. Qui Gesù si distanzia dalla maggior parte delle religioni primitive, le quali affermano che ci sarà un giudizio sulle opere e che sarà salvo chi avrà fatto una maggiore quantità di bene. Qui invece, colui che ha fatto un po’ di bene viene trattato alla stessa maniera di chi ne ha fatto molto, semplicemente perché in partenza ha ricevuto di meno. Dio richiede di più a chi di più ha ricevuto ed è meno esigente verso chi ha ricevuto di meno. Altrove Gesù dirà: “A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto; e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà” (Luca 12:48). Il terzo viene condannato perché non ha fatto niente del tutto; se avesse fatto qualcosa, anche pochissimo, sarebbe stato trattato come gli altri. Questo spiega come mai Gesù è stato spesso assai tollerante verso le persone considerate cattive dalla società in cui viveva: prostitute, peccatori, agenti delle tasse; anche senza raggiungere alti livelli di santità, alcuni facevano quello che potevano, partivano da molto in basso ma erano sinceri. L’essenziale, dunque, consiste nel fare quello che possiamo con ciò che abbiamo e migliorare le cose a partire dal punto in cui siamo.

Ma questo non spiega tutti i punti difficili della parabola, in particolare: perché prendere al più povero per dare al più ricco? Ci saremmo in effetti aspettati che la parabola andasse nell’altro senso, ovvero che il più ricco non avesse fatto nulla pensando di avere a sufficienza e che il servo che aveva ricevuto un solo talento si fosse dato la pena di guadagnarne un altro e che la parabola si concludesse con: “Prendete i cinque talenti di colui che non ha fatto nulla e dateli a colui che ne aveva solo uno, perché verrà preso a chi pensava di avere e si darà a chi non ha”. Sarebbe stato molto più “evangelico”, ma ecco che Gesù ci sorprende: si prende al povero per dare al più ricco, il quale viene portato ad esempio. Bisogna domandarsi perché.

Il primo modo di comprendere la parabola consiste nel considerare che i talenti non vengono donati ma solamente affidati, non vengono offerti al servo perché faccia festa ma perché li gestisca. Quindi avere molti talenti non è un’opportunità ma una responsabilità. Il servo deve gestire ciò che gli è stato affidato e che non gli appartiene, per restituirlo alla fine al padrone. Tutto ciò che crediamo di possedere su questa terra non lo possediamo realmente, non ce lo porteremo nell’altro mondo, non siamo altro che gli amministratori della nostra vita e delle nostre ricchezze. Quanto a coloro che hanno molto, essi sono invitati a considerare le loro ricchezze più come una responsabilità che come un’opportunità: devono fare qualcosa di ciò che hanno ricevuto. Questa lezione non è solo per i ricchi e non riguarda solamente il denaro: ciascuno di noi può dire di avere delle opportunità e considerare queste opportunità e queste grazie non qualcosa da consumare, da cui trarre piacere, ma come una responsabilità, un dovere di farle fruttare per il Signore.

All’inizio si dice che il padrone dà a ciascuno dei suoi servi “secondo la sua capacità”. Quello che aveva la capacità di gestire cinque talenti si ritrova alla fine a gestirne dieci… più uno: quello del servo che non ha fatto nulla. Aggiungere quel talento non è un’opportunità, è dargli un carico ulteriore! Vediamo qui che Dio ci chiede molto, vuole che facciamo più di due volte ciò che siamo naturalmente capaci di fare. Ancora: il fatto che ci sia chi non fa nulla per gli altri non è una scusa per non fare nulla a nostra volta; al contrario, dobbiamo fare ancora di più, la nostra parte e la loro!

Ma allora perché Gesù ha scelto di assegnare il ruolo del cattivo al servo che aveva ricevuto di meno? Forse per dimostrare di non essere sempre ostile ai ricchi, che ci possono essere anche dei cattivi poveri, che nella povertà è insito il rischio di non prendere in mano la propria vita, di lasciarsi andare, di vivere di assistenza pensando di avere troppo poco per fare qualcosa. Questo è un errore, il più piccolo dei talenti può permettere di fare almeno una piccola cosa essenziale.

Altri, però, leggono la parabola in un senso completamente diverso: possiamo in effetti pensare che i talenti non vengano semplicemente affidati ma piuttosto “dati”, come dice altrove il testo. Alla fine, sembra proprio che i servi conservino i talenti. L’errore del servo malvagio sta precisamente nel non aver accettato il dono: è l’unico che restituisce il talento, mentre gli altri due mostrano con orgoglio cosa hanno fatto dei talenti ricevuti, che conservano. I buoni servi hanno utilizzato i talenti come se fossero stati di loro proprietà: il servo malvagio non ha fatto alcun male, ma non ha fatto nemmeno del bene. Ora, Dio non ci chiede di non fare il male ma di osare, di impegnarci a prendere parte al suo dinamismo. Dio richiede da noi, prima di tutto, di accettare le grazie della nostra vita con semplicità, di approfittarne veramente, senza sensi di colpa; poi, di vivere tali opportunità, di farle crescere in noi, per svilupparle fino ad averne da donare agli altri. Quanto al mondo, dobbiamo non solo rispettarlo e non sciuparlo né distaccarcene, ma appropriarcene, sentircene responsabili, anzi co-responsabili assieme a Dio, per lavorare con lui in vista di un mondo migliore.

Questo spiega il versetto finale, così difficile: “Poiché a chiunque ha, sarà dato ed egli sovrabbonderà; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha”. Come possiamo togliere qualcosa a colui che non ha nulla, il quale in realtà aveva qualcosa, ma senza rendersene conto? Il servo malvagio aveva un talento ma non ne ha voluto sapere, non ha compreso o non ha accettato che potesse essere per lui e perciò l’ha perduto del tutto. Ognuno e ognuna di noi ha delle ricchezze, ma bisogna imparare a scorgerle ed è su quelle ricchezze che bisogna costruire. Chi si lamenta di ciò che non ha cade in una spirale negativa, la quale fa sì che perda le grazie che invece possiede e che non ha saputo riconoscere.

Quale delle due interpretazioni è quella giusta? Senza dubbio tutt’e due: tutto ciò che possediamo nella nostra vita dev’essere visto al tempo stesso come grazia e come responsabilità; dobbiamo vivere le nostre opportunità senza sensi di colpa e, al tempo stesso, non tenere tutto per noi ma metterlo al servizio degli altri.

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