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Provocazione

 


Di Guylène Dubois

Guylène Dubois, che fa parte del comitato di redazione della nostra rivista dal 2014, è stata bibliotecaria e libraria; oggi lavora nell’universo radiofonico.

 

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

 

31 décembre 2016

Provocare vuol dire eccitare qualcuno con un comportamento aggressivo, incitarlo a una reazione violenta. Oggi questa parola è utilizzata in un senso lontano da quello di origine (latino pro-vocare: chiamare per). Indossare uno zucchetto, una kippah per coprirsi la testa, pratica corrente presso gli ebrei religiosi, diventa una provocazione nel 2016. Portare addosso un segno religioso, senza avere l’intenzione di sfidare chicchessia, è considerato una provocazione. Ciò che oggi viene tacciato di provocazione, non lo era qualche anno fa. Proibire a una giovane ragazza di portare la minigonna il 31 dicembre sarebbe oggi percepito come una provocazione in Europa, e tuttavia il fatto di portarla ha suscitato degli atti di violenza nell’inverno del 2015. Una coppia di uomini che si baciano, negli anni ‘60 significava rivendicare la libertà d’espressione in un’epoca in cui parlare di omosessualità era manifestamente impossibile. Il loro comportamento sarebbe stato provocatorio perché non conforme alla rappresentazione che la società si faceva della vita di coppia.

Il senso della parola “provocazione” tende ad avvicinarsi alla semplice manifestazione o espressione delle proprie convinzioni; la parola perde così il concetto di sfida, di appello a una reazione violenta. Come se esprimere la propria identità, per non dire la nostra vocazione, fosse già una violenza. Come se esprimere la propria differenza oltrepassasse i limiti autorizzati della libertà d’espressione. Allora, chi è che provoca? Chi esprime la propria differenza in campo religioso o affettivo o chi reagisce a questa differenza con la violenza fisica e verbale? I pugni, i calci, le coltellate, le ingiurie, le bastonate provocano l’individuo che pensa di godere della libertà di espressione. La provocazione non emana dalla donna che porta la minigonna o dall’uomo che porta lo zucchetto, ma da chi non sopporta l’affermazione dell’altra, dell’altro.

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