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Sola Scriptura !

Ma quale Scrittura?

 


Di Jacques-Noël Pérès

Jacques-Noël Pérès è pastore della Chiesa Protestante Unita di Francia, professore emerito di storia del cristianesimo antico e patristico all’Istituto Protestante di Teologia di Parigi, professore di lingua etiopica classica alla Scuola di Lingue e Civiltà dell’Oriente Antico e copresidente del gruppo ecumenico di Dombes.

 

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

 

31 décembre 2016

Sola Scriptura! Sappiamo bene quanto i Riformatori del XVI secolo abbiano insistito su questo principio, sul metro del quale va misurata la predicazione cristiana in quanto insieme delle affermazioni dogmatiche della fede cristiana. Certo, ma quale Scrittura? Traducendo l’Antico Testamento il dottor Lutero scelse di attenersi ai libri della Bibbia ebraica, rompendo con la tradizione della Chiesa greca e latina che fa riferimento alla Bibbia alessandrina, prodotto degli ambienti della diaspora giudaica e quindi altrettanto ebraica del canone di Gerusalemme, nonostante i rabbini l’abbiano in genere ignorata. Per quanto riguarda il Nuovo Testamento, neppur esso riscuote l’unanimità dei consensi, in quanto le Chiese di tradizione siriaca sono sempre state reticenti verso l’Apocalisse giovannea.

Esiste tuttavia una Chiesa il cui canone è davvero, per noi protestanti, sorprendente: è la Chiesa ortodossa tawāhedo d’Etiopia. La sua Bibbia è la più voluminosa del mondo perché contiene ottantun libri, numero che è stato fluttuante nel tempo. Si deve a un grande sovrano riformatore, Zar’a Yā‘qob, che regnò tra il 1434 e il 1468, l’ordinamento dei libri biblici in uso presso gli Etiopi. Attento al bene della Chiesa del suo impero, Zar’a Yā‘qob volle che fosse rappresentata al concilio unitario di Firenze, un’assise dalle molte ripercussioni, alla quale infatti, dal 1439 al 1441, parteciparono dei monaci etiopi venuti da Gerusalemme. Lo stesso negus si dedicò alla redazione di trattati di teologia letti ancora oggi, come il Maşhafa Berhan (Libro della luce) o il Maşhafa Sellassē (Libro della Trinità). Per arrivare a proporre una Bibbia, o più esattamente l’ordinamento dei libri biblici dotati di autorità, Zar’a Yā‘qob si appoggiò su antiche compilazioni di diritto ecclesiastico. Ecco quindi che in Etiopia si è arrivati a un Antico Testamento che conta quarantasei libri e un Nuovo Testamento che ne conta trentacinque (contro rispettivamente, ricordiamolo, i trentanove e i ventisette delle nostre traduzioni protestanti).

Vi si ritrovano tutti i libri del nostro canone e altri ne sono stati aggiunti; ecco dunque i deuterocanonici del canone alessandrino: Tobia, Giuditta etc. Il lettore curioso si soffermerà soprattutto sui libri che sono specifici alla tradizione etiope. Si accorgerà, per esempio, che i libri dei Maccabei (Maqābyan) sono abbastanza diversi da quelli che conosce sotto questo nome; qui si tratta di un romanzo i cui eroi sono tre Giudei martirizzati sotto un re leggendario chiamato Şiruşāydān (contrazione dei nomi delle città di Tiro e Sidone), che si apre a una riflessione sull’immortalità dell’anima e la resurrezione dei morti. Si stupirà certamente nel constatare che lo Zēna Ayhud (Storia dei Giudei), chiamata anche Josippon o libro di Giuseppe figlio di Koryon, riporta degli avvenimenti ripresi da Flavio Giuseppe che vanno dal ritorno dall’Esilio in Babilonia all’epoca delle guerre giudaiche. Nel Nuovo Testamento attireranno la sua attenzione i due Testamenti di Nostro Signore Gesù Cristo: il secondo è in particolare destinato agli undici discepoli in Galilea. Il lettore si soffermerà soprattutto su due libri i quali, sebbene conservati integralmente soltanto in ge‘ez, la lingua etiopica classica, hanno il privilegio di essere conosciuti oltre le frontiere dell’Etiopia: il primo è una compilazione farraginosa dove il genere apocalittico si mischia a considerazioni astronomiche e esortazioni varie, il libro di Enoch, citato nell’epistola canonica di Giuda, il cui originale, lacunoso, in aramaico è stato ritrovato tra i manoscritti del Mar Morto; il secondo è il libro dei Giubilei (in ge‘ez Maşhafa Kufālē), conosciuto nel mondo greco con l’appellativo di Leptogenesi, traduzione di un testo ebraico di tipo midrashico i cui frammenti sono stati conservati a Qumran, che riprende la Genesi organizzandola secondo una fantasiosa cronologia basata su periodi di quarantanove anni.

Per completezza bisognerebbe aggiungere che la Bibbia, per un Etiope, potrebbe essere ancora più ampia dei numerosi libri compresi nel canone della sua Chiesa; da una parte, numerosi testi che noi classifichiamo come apocrifi continuano ad essere letti e apprezzati; dall’altra, l’onnipresente iconografia delle chiese etiopi costituisce, per il credente ortodosso, delle autentiche pagine della Bibbia, illuminate dai santi le cui imprese sono illustrate sui muri, da leggere non attraverso lettere ma per immagini. Infine, sarebbe imprudente dimenticare gli andemta, i tradizionali commentari dei libri biblici.

Riprendiamo la domanda fatta all’inizio dell’articolo. Sola Scriptura, certo, ma quale Scrittura? Cosa rispondere a un Etiope che ci interroghi in proposito? Perché la nostra Bibbia, con i suoi insegnamenti, sarebbe migliore della sua? La storia dei canoni biblici è molto complicata! È una storia nella quale sono intervenuti gli uomini, con i loro giudizi contraddittori e le loro opinioni ostinate. Ma è anche la storia dello Spirito di Dio che ci conduce all’ascolto di una voce, la voce di Dio che ci parla oggi, anche quando leggiamo delle parole scritte molto tempo fa. Ma lo Spirito soffia dove vuole.

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