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Pico della Mirandola


o l'intuizione della modernità


Pico della Mirandola è stato, nel XV secolo, un precursore poco conosciuto dei Riformatori

 


Di Jean-Marie de Bourqueney*

Traduzione di Giacomo Tessaro

 

24 maggio 2016

È una visione talvolta riduttiva parlare della Riforma protestante come se fosse comparsa ex nihilo, senza precursori e senza movimenti di fondo. I Riformatori avrebbero fatto tutto da soli il lavoro di “riscoprire” la Bibbia e solamente la Bibbia. In realtà, quel XV secolo che ha preceduto la Riforma vide un autentico fiorire di idee nuove e di cambi di prospettiva, talvolta di rara modernità. È senza dubbio il caso di Firenze e della sua “accademia neoplatonica”. Platone venne effettivamente ritrovato e riletto a partire dall'inizio del XV secolo, in contrapposizione ad Aristotele che aveva segnato il pensiero scolastico del Medio Evo. L'accademia fu fondata per iniziativa di Cosimo de' Medici e sviluppata poi da suo figlio Piero e soprattutto da suo nipote Lorenzo, detto “il Magnifico”. Scopo dell'accademia era di far riflettere e lavorare, a partire da quella nuova filosofia, tutti gli artisti (pittori, poeti, scultori) assieme ai teologi e ai filosofi: un'autentica esperienza interdisciplinare ante litteram.

Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) fu una delle più brillanti figure di quest'epoca, splendente di giovinezza e di folgorazioni innovative, ma era anche un uomo che voleva conciliare l'antico e il nuovo e sognava di mettere d'accordo i lettori di Aristotele (attraverso la mediazione di Averroè) e quelli di Platone, tra cui il suo celebre maestro Marsilio Ficino. Fu un uomo di contrasti, a tratti molto vicino al Vaticano e al Papa, poi accusato di eresia ed arrestato per le sue idee. Trovò un appoggio in Lorenzo de' Medici, ma alla fine della sua vita se ne staccò perché influenzato da un predicatore radicale della rinuncia: Girolamo Savonarola. Oggi sappiamo, grazie alle ricerche condotte sulle sue spoglie, che Pico fu assassinato con l'arsenico, probabilmente dai Medici.

Uomo di contrasti, abbiamo detto, che cercò sempre una forma di “concordismo” tra Platone e Aristotele da una parte e tra la filosofia (la ragione) e la teologia (la fede) dall'altra. Avrebbe potuto far parte della redazione di Évangile et Liberté! Rifiutava l'idea secondo la quale la filosofia sarebbe, come si diceva allora, “la serva (se non la schiava) della teologia”: per lui “la filosofia cerca la verità, la teologia la trova”. Di colpo aprì le porte del sapere, integrandovi perfino la kabbalah, per cristianizzarla in maniera filosofica. Sviluppò due intuizioni fondamentali. La prima è che la Verità risiede necessariamente al di là dei nostri concetti e dogmi. Ritroviamo questo pensiero nella pittura dell'epoca, per esempio nella Calunnia di Botticelli o nell'Ultima Cena di Leonardo, dove il dito (spesso sproporzionato) punta verso il cielo per dirci che la Verità risiede al di là delle apparenze. D'altra parte, ed è la seconda intuizione, allargando il campo del sapere accettò l'idea che ogni pensiero, ogni costruzione è nella sua essenza “sincretismo”, frutto dell'incontro tra i saperi, le convinzioni, le culture, a cominciare dalla Bibbia, costituita com'è da una serie di opere a loro volta influenzate da altri testi. Pico della Mirandola ci invita ancora oggi all'autentica circolazione del pensiero, rifiutando la segmentazione del pensiero e la gerarchie delle discipline: in questo mi sembra che venga incontro alla nostra volontà di modernità teologica.

Infine, il suo “Discorso sulla dignità dell'uomo” rimane una delle basi dell'umanesimo cristiano, a cui ci possiamo rifare anche oggi. Più che un testimone fu un precursore della nostra modernità, anche se volle sempre conservare un sapore medievale...

 

* Jean-Marie de Bourqueney è pastore della Chiesa Protestante Unita a Parigi-Batignolles. Partecipa alla redazione e alla direzione di Évangile et Liberté. Si interessa soprattutto di dialogo interreligioso e teologia del processo.


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