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Tolstoj, scomunicato per amore dell'Evangelo


Di Jean-Marie Muller

filosofo, è una delle grandi voci della non violenza in Francia. Ha studiato a fondo l'opera e il pensiero non violenti di Tolstoj, in particolare nella rivista Alternatives non-violentes

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

 

2 marzo 2016

Tolstoj (1828-1910), profondamente innamorato della giustizia e della pace, criticò l'intolleranza della Chiesa ortodossa e la sua indulgenza verso la guerra: finì per essere scomunicato. La sua lettura dell'Evangelo lo condusse alla non violenza.

Nel 1869 il conte Lev Nikolaevič Tolstoj è un uomo felice. Ha appena compiuto 41 anni, i vagabondaggi e la turbolenza della sua gioventù sono un ricordo lontano. Sposato da sette anni, padre di quattro figli, conduce vita pacifica nella sua proprietà di Jasnaja Poljana. Negli ultimi cinque anni ha consacrato la maggior parte del suo tempo alla stesura di “Guerra e pace”, il romanzo che gli ha portato un'enorme celebrità.

Il 2 settembre di quell'anno decide di recarsi nella regione del Volga per acquistare una proprietà. La strada è lunga e a un certo punto si ferma per passare la notte nella locanda della città di Arzamas. Lì passa una notte d'angoscia al pensiero della morte. Questa crisi lo conduce a una sorta di conversione religiosa. Rimane però deluso dai credenti tiepidi che incontra nel suo ambiente. Decide allora di avvicinarsi all'umile fede del popolo russo. Nonostante le sue reticenze riguardo i dogmi, nel corso di tre anni (1877-1879) pratica tutte le devozioni popolari. Non è tanto la difficoltà a credere all'insegnamento dogmatico della Chiesa la causa della rottura, quanto l'impossibilità di accettare il suo comportamento. Si rivolta contro l'intolleranza che la Chiesa ostenta verso tutti coloro che non condividono rigorosamente la sua fede ed è scandalizzato dalla compiacenza nei confronti della guerra e della pena di morte. Diviene letteralmente in libero pensatore, che esalta il primato assoluto della coscienza ragionevole dell'uomo su qualsiasi autorità esterna.

Legge e rilegge l'Evangelo. Prova “entusiasmo e commozione” per il Sermone sul monte. Si convince che vivere secondo la volontà di Dio non significa prestare fede a dogmi incomprensibili o compiere dei riti, bensì vivere secondo l'Evangelo. Critica con vivacità l'insegnamento della Chiesa ortodossa, che distoglie i fedeli da una vera ricerca del senso della vita. Tale atteggiamento di aperta ostilità verso la Chiesa ortodossa fa sì che quest'ultima lo condanni pubblicamente. La sua scomunica sarà resa effettiva il 24 febbraio 1901 con un decreto del Santo Sinodo che lo accusa di essere un “falso dottore” “dallo spirito orgoglioso” “in rivolta contro Dio, il suo Cristo e la sua santa opera”. Il primo aprile Tolstoj risponde al Santo Sinodo: “Ho rinnegato la Chiesa che si definisce ortodossa, è esatto. Ma ho rinnegato la Chiesa non perché sono in rivolta contro Dio, al contrario, perché ho voluto servire Dio con tutta la forza della mia anima”.

Al centro di questo cristianesimo evangelico e anticlericale brillano la teoria e la pratica della non violenza che Tolstoj ha scoperto nel Sermone sul monte. È l'ideale che lo condurrà a opporsi al militarismo dello Stato zarista e alla formidabile ingiustizia della servitù della gleba alla quale era costretto il popolino delle campagne. Per lui, l'Evangelo è una verità che deve rendere liberi.



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