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Le Beatitudini


Matteo 5:3-10

 


Di Louis Pernot*

 

 

Traduzione di Giacomo Tessaro

 

15 novembre 2015

“Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli. Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati. Beati i mansueti (o umili), perché erediteranno la terra. Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli.”

Questo bellissimo testo, noto con il nome di “Beatitudini”, è giustamente conosciuto da tutti ed essenziale all'Evangelo. Si trova in Matteo ed è presentato come il vero inizio della predicazione di Gesù.

Notiamo subito una cosa: per otto volte viene ripetuto “beati”. L'Evangelo dunque è un cammino di felicità e gioia. Non dobbiamo sfigurarci per ereditare il paradiso: l'Evangelo è gioia, gioia e gioia, per otto volte. Poi notiamo che ci sono quattro beatitudini positive: essere mansueti (o umili), essere misericordiosi (vale a dire pieni d'amore), essere puri di cuore e adoperarsi per la pace; e quattro negative: per chi è povero, chi è afflitto, chi è affamato e chi è perseguitato.

Le quattro beatitudini positive non pongono molti problemi, infatti indicano il cammino dell'Evangelo.

La mansuetudine o l'umiltà indica che l'Evangelo non consiste nel voler schiacciare il prossimo e nel mettere i piedi in testa a tutti per farsi grandi; Gesù infatti ha detto: “Voi sapete che i prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i grandi le sottomettono al loro dominio. Ma non è così tra di voi: anzi, chiunque vorrà essere grande tra di voi, sarà vostro servitore” (Matteo 20:25-26).

La misericordia è un sentimento positivo per la Bibbia. Non ha niente a che vedere con la “miseria”, se non nel senso di compatire la miseria degli altri. In francese corrente, la misericordia equivale all'amore. L'amore è la parola maestra dell'Evangelo ed è tutto ciò che Dio richiede da noi, come viene affermato in ciò che chiamiamo il “sommario della legge”, vale a dire il riassunto di tutta la volontà di Dio: “Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua". Il secondo è questo: "Ama il tuo prossimo come te stesso". Non c'è nessun altro comandamento maggiore di questi” (Marco 12:30-31), o ancora: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi” (Giovanni 15:12).

La purezza di cuore non ha nulla a che vedere con il sentimento. Nella Bibbia il cuore è il centro della nostra vita, a partire dal quale decidiamo e orientiamo tutta la nostra vita. L'importante, quindi, è scegliere bene il cuore della propria vita, a cosa credere e su cosa vogliamo costruirla.

La pace, infine, è una cosa molto importante. Dio è una formidabile fonte di pace per chi sa pregare, ma prima di volerla per noi è importante volerla dare agli altri.

Notiamo del resto che tutte le beatitudini fanno riferimento a ciò che possiamo fare e non a ciò che subiamo. Infatti, la nostra felicità dipende non tanto dalla nostra fortuna o sfortuna quanto dal nostro atteggiamento nei riguardi della vita. Gesù non dice “Beati quelli a cui si offre la pace” ma “Beati quelli che procurano la pace”, non dice “Beati quelli che sono amati” ma “Beati quelli che amano”...

Le quattro beatitudini negative sono più complicate: si dovrebbe evitare l'interpretazione secondo la quale bisognerebbe essere infelici, poveri, perseguitati per ereditare una sorta di compensazione nell'altro mondo: essere infelici sulla Terra per essere felici in Paradiso. È falso, e comunque, anche se fosse vero, sarebbe una maniera errata di intendere e vivere la vita. Vediamo bene che il Paradiso non concerne direttamente il nostro oggi e le beatitudini sono per oggi, non per domani. Dobbiamo dunque credere che, anche quando piangiamo, possiamo vedere una qualche felicità che va al di là del fatto di essere in lutto o in festa; essere poveri non è un ostacolo alla felicità. Soprattutto non si tratta di situazioni materiali, bensì spirituali; il fatto di essere ricchi o poveri non ha nulla a che vedere con il Regno di Dio: per quanto riguarda la felicità, è lo stato d'animo che conta. Beato è chi ha uno “spirito di povertà”, chi sa che, anche se ha molto denaro, in fin dei conti non possiede nulla per l'eternità e che le cose che si hanno sono solo temporanee. Esistono al contrario dei poveri che hanno lo “spirito del ricco”: hanno poco, ma a quel poco si abbarbicano, non vogliono né dare né condividere, e sono infelici. Inoltre sapersi poveri spiritualmente significa sapere che non abbiamo tutto e che abbiamo sempre bisogno di imparare, sempre bisogno degli altri, e anche di Dio. La felicità non consiste tanto nel non avere dolori, quanto nell'avere un amico che consola. Infine, ciò che conta nella vita è essere inseriti in un dinamismo: “essere affamati e assetati di giustizia” significa avere un desiderio, una volontà, un progetto, uno scopo nella vita. Questa del resto è la fede: non tanto sentire la presenza di Dio quanto avere uno scopo, un posto che vogliamo raggiungere per avanzare.

La felicità è essere in cammino, non è una situazione immobile che vorremmo durasse per sempre, bensì un dinamismo. Per questo bisogna avere dei desideri, delle mancanze, essere in ricerca, e anche gli avvenimenti difficili possono avere il merito di metterci in cammino.

* Louis Pernot è pastore della Chiesa protestante unita di Francia a Parigi e insegna all'Istituto protestante di teologia nella medesima città.

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