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Il rinnegamento di se stessi

e la morte dell'uomo vecchio

 

Giovanni 12:20-26; II Corinzi 1:3-7; Isaia 54:7-10

 

 

Giacomo Tessaro

1 giugno 2014

Sorelle e fratelli

il tema della predicazione di quest'oggi è un tema molto famigliare agli spiriti contemplativi, ai mistici, un tema che segna una linea divisoria tra chi sente dentro di sé il soffio, anzi direi il fuoco dello Spirito e la persona mondana, che vive il mondo del quotidiano, della materialità, del proprio orizzonte personale come se fosse l'unica realtà e non dovessimo aspettarci altro.

 

Morire a se stessi

Molte discipline spirituali hanno in comune il tema della ”morire a se stessi”, della “morte dell'uomo vecchio” a cui fa cenno Gesù nel passo che abbiamo letto: “In verità, in verità vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita, la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna.” Per due volte, prima con una metafora e poi in modo più diretto, viene ribadita una verità fondamentale: per poter seguire Gesù, per rispondere in maniera adeguata alla chiamata di Dio, al soffio dello Spirito, bisogna morire alla propria vita, rinunciare alla vita da non credente, alla vita che il mondo e i poteri di questo mondo offrono; questo per molti può sembrare una autentica morte, e Gesù infatti non lo nega, ma paragona questa morte a quella del seme nel grembo della terra, che muore alla sua natura di seme, che non è più seme per poter diventare qualcos'altro, una pianta o un albero che darà frutti commestibili oppure una moltitudine di semi, che potranno a loro volta essere piantati e fruttificare.

 

La vita passata non è più

Immaginiamo di morire all'uomo vecchio, alla donna vecchia che eravamo, ai nostri vizi e alle nostre abitudini che non ci distinguevano dalla persona comune, ignara del suo essere figlio o figlia di Dio, ai quei comportamenti che denotano la lontananza da Dio. Immaginiamo di voler tornare nel grembo di Dio, dopo esserne stati lontani o senza aver mai veramente conosciuto il suo abbraccio e il suo calore: subito proveremo una gioia profonda e vera, tale da farci pensare che è questa la vita autentica; la vita precedente, la vita trascorsa nel mondo, ci sembrerà una povera cosa, una vita piena di peccato, di abitudini e pensieri sbagliati, anche se va detto che la vita del non credente è caratterizzata non tanto dal peccato, comune anche al credente e magari anche in misura maggiore, quanto dalla mancanza di pentimento davanti a Dio e dalla volontà di ravvedimento, nonché priva della lucida consapevolezza del peccato stesso. Tornando al nostro tema, l'uomo o la donna che muore alla sua vecchia vita sperimenterà un senso di assoluta novità, tanto da giungere ad odiare la vita che offre il mondo e le occasioni di peccato, questo peccato che così spesso il mondo ci impone. Dire che bisogna odiare la vita ci sembra molto duro e forse anche folle, un proposito degno di un fanatico, eppure Gesù ci dice senza mezzi termini che bisogna scegliere tra la vita del mondo e il discepolato: noi tutti qui, in questa chiesa, vogliamo seguire Gesù: ma dobbiamo renderci ben conto che per seguirlo dobbiamo aver sperimentato quella che possiamo chiamare la “morte mondana”, la consapevolezza che le tentazioni del mondo non portano a nulla; queste tentazioni del resto, una volta imboccata la via dell'essere discepolo e discepola di Gesù, si svelano sempre più chiaramente per quello che sono, e anche se non scompariranno mai perché la nostra natura, al di là delle differenze individuali, è una natura di peccatori e peccatrici, la nostra consapevolezza di cosa sono queste tentazioni si affinerà sempre di più. Questa scoperta della natura delle tentazioni, e il proposito di abbandonarle, costituiscono una grande gioia per il cristiano, per il discepolo, anche se Gesù la qualifica con il termine “morte”. Per capire ancora meglio, torniamo alla nostra immagine del seme: il seme muore, ma muore in quanto seme, non in quanto pianta, organismo vivente. Con la nuova vita in Cristo noi moriamo come non credenti, come donne e uomini del mondo. Noi abbandoniamo un guscio, o detto con un'altra metafora, la nostra crisalide di farfalla, per rinascere come creature nuove, per amore di Cristo e per seguire Cristo. Gesù dice in Matteo “Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà”.

 

Rinunciare a se stessi alla sequela di Gesù

Anche Gesù ha rinunciato a se stesso per fare la volontà del Padre, fino alla morte di croce. Poteva essere glorificato qui in terra, ma ha scelto di soffrire e morire per testimoniare in modo più pieno l'amore del Padre che era venuto ad annunciare. Anche noi del resto siamo chiamati a rinunciare a molte delle gioie del mondo per trovare gioia, soddisfazione e consolazione in Cristo: è la nostra croce. Dice Paolo nel passo che abbiamo letto: “Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra afflizione, affinché, mediante la consolazione con la quale siamo noi stessi da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione; perché, come abbondano in noi le sofferenze di Cristo, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione”; Morendo alla nostra vecchia vita, muoiono le vecchie consolazioni, come il successo, il denaro, le false amicizie: questo può provocarci molte afflizioni, perché saranno in molti a disprezzarci e deriderci; forse dovremo rompere molte amicizie e molti rapporti, ma questo ci avvicina a Cristo, alle sue afflizioni e alla consolazione che lui trovava nel Padre. Intendiamoci, il mondo e le sue lusinghe sono molto forti e il seme deve morire ogni giorno di nuovo per poter fruttare; la nostra natura è esposta al peccato e il nostro essere non può rimanere mai totalmente impermeabile al peccato; anche se ci isolassimo completamente dal mondo e dagli uomini in una cella, nemmeno allora potremmo isolarci dal peccato, perché la nostra natura di peccatori sarebbe sempre con noi e anche allora si potrebbe, per esempio, odiare il nostro prossimo. Se ci apriamo al mondo per amare, inevitabilmente la natura di peccatori troverà occasione di manifestarsi. Abbiamo però come arma il perdono di Dio, che ci fa ricominciare sempre di nuovo il cammino verso il Regno. Quindi Gesù ci manda nel mondo, ma non per seguirne senza spirito critico le usanze che contraddicono il comandamento dell'amore. Noi dobbiamo morire come uomini e donne mondani, che conoscono la loro natura di peccatori e peccatrici e conoscono il perdono di Dio. Il nostro seme morirà ma morendo nel grembo del Padre darà molto frutto, dove cento, dove sessanta e dove trenta per uno.

 

Immaginiamo un seme...

Immaginiamoci pure seminati nella terra fertile, immaginiamoci la nostra pianta che cresce e porta frutto, che fruttifica come un fico oppure come una spiga. I frutti o i semi che porteremo saranno a loro volta piantati e potranno dare frutto, a seconda della fertilità del terreno, della posizione rispetto al sole... molto dipenderà da noi, e quindi più che la pianta potremmo essere a nostra volta il contadino che semina, che sa dove seminare e quale pianta è più adatta a un determinato terreno. Il contadino, il seminatore più grande di tutti è Gesù, che semina la Parola, ma noi possiamo collaborare con lui ed essere suoi servitori: “Se uno mi serve, mi segua; e là dove sono io, sarà anche il mio servitore; se uno mi serve, il Padre l'onorerà” dice il Maestro nel passo di Giovanni che abbiamo letto. Oggi noi non usiamo più il termine “servitore”, che ai tempi di Gesù spesso e volentieri era sinonimo di schiavo: oggi nel mondo del lavoro si preferisce dire “collaboratore”, anche se in realtà spesso la sostanza cambia poco. Invece Gesù ci chiama come collaboratori con piena dignità: essere suoi collaboratori e seguaci significa realizzare la nostra vera umanità e far morire la nostra vecchia identità mondana e carnale. Andiamo dunque nel mondo, con la consapevolezza di essere peccatori e la fiducia di essere perdonati ogni giorno.

Amen

 

 

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